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Come diventare Avvocato
Molto spesso si esce dall’università disorientati e confusi e non si hanno le idee chiare sul come procedere e tante solo le domande e i dubbi che sopravvengono.
Per quanto riguarda i laureati in G
iurisprudenza che hanno come sogno nel cassetto quello di diventare avvocati, una volta conseguita la Laurea Magistrale in Giurisprudenza occorre svolgere la pratica forense per una durata di anni 2. Occorre recarsi al Consiglio dell’Ordine della città in cui si intende fare la pratica e pagare la tassa di iscrizione all’Ordine dei Praticanti Avvocato (costo complessivo comprensivo di Marche da bollo: circa 100,00 euro).A seguito di tale iscrizione verrà rilasciato il libretto della pratica forense. Su tale libretto verranno annotate le presenze alle udienze. Occorre presenziare a 20 udienze ogni 6 mesi e svolgere, a seconda poi del regolamento di ciascun consiglio dell’Ordine, un tot numero di pareri o ricerche giurisprudenziali che verranno annotate in un’apposita sezione del libretto. Al termine di ogni semestre il libretto verrà consegnato al Consiglio dell’Ordine il quale dovrà approvare l’attività di pratica compiuta.
La pratica forense è compatibile con la frequenza alla scuola di specializzazione delle professioni legali (SSPL). La frequenza di questa scuola consente di avere anche un sconto di un anno sulla pratica forense. La SSPL ha durata biennale. Al termine del biennio verrà rilasciato un attestato che non solo serve per sostenere l’esame per l’abilitazione alle professioni forensi, ma da anche punteggio nei concorsi pubblici. Il costo della SSPL, (che fra le altre cose è a numero chiuso), è circa di euro 1600.00 annui.
Va rilevato che con decreto n. 201/2011, c.d. “salva Italia”, e convertito in legge n. 214/2011, la pratica forense è stata ridotta a mesi 18, con possibilità di iniziarla 6 mesi prima della discussione della tesi di laurea. Ancora non è ben chiaro se tale normativa si applicherà anche a coloro i quali stanno svolgendo già la pratica all’atto di emanazione della presente legge. A nostro avviso si, altrimenti si creerebbe una ingiustificata e assurda disparità di trattamento per cui chi si laurea prima ne uscirebbe addirittura svantaggiato. Non esiteremo a comunicarvi le ultime novità.
Se avete dubbi o necessitate di ulteriori approfondimenti non esitate a scriverci!
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“L’orgoglio dei puffi”
“E’ giunta l’ora del cimento. Compagni! Diciamo basta ingiurie! Scendiamo in campo! Se non per attaccare, almeno per difenderci! Fondiamo anche noi la nostra associazione. La LIDB. Lega italiana per la difesa dei bassi. L’inno già ce l’abbiamo: “Lidibi, lidibiiiii…”. Sulle note della famosa canzone dei Beatles, ovviamente.
Siamo nati bassi. Sarà mica colpa nostra? Per anni ci siamo sentiti chiamare: bignamino, puffo, champignon, terrore sei sette nani, invasione degli ultracorti…ne abbiamo le tasche piene. Forse voi, amici trones des diuex, cugini cicognomi, non sapete che la bassa statura bassa porta un sacco di vantaggi. Per esempio, io che sono alta come un cellulare con l’antenna tirata fino a giù, fino a diciotto anni non ho pagato il cinema. Poi, a un certo mi son cresciuti i baffi e non ho più potuto più mentire. Noi nanoidi siamo molto più maneggevoli, ricercatissimi per il rock acrobatico e molto ambiti come proiettili umani da sparare coi cannoni da circo. Sugli aerei non dobbiamo stare con le gambe piegate a compasso ma possiamo distenderle tranquillamente senza nemmeno toccare il sedile davanti. Noi pigmei, siccome siamo più vicini alla terra, vediamo meglio le radici delle cose che sono le più importanti e quando cadiamo non ci facciamo tanto male, a meno che non cadiamo da un’impalcatura. Noi lillipuzziani consumiamo meno. Mangiamo meno, spendiamo meno in cerette e per vestirci abbiamo bisogno di meno stoffa. Con la minigonna di una stangona ci facciamo un abito da sera con lo strascico, e con l’orlo avanzato dei suoi jeans un top con le spalline e due tasche applicate.
Noi piccole poi in amore portiamo la felicità perchè facciamo sentire un gigante l’uomo che ci sta vicino.
E poi riflettiamo: tutti i grandi conquistatori, tutti i personaggi che hanno fatto la storia, hanno avuto questo leggero difetto di fabbricazione. Napoleone era piccolo, Attila era piccolo, Giulio Cesare non era dei più alti.
Nel caso mi venga un complesso, al limite mi faccio fare un tatuaggio. Mi faccio stampare sul fondoschiena un culo, ma un po’ più in alto.”
Luciana Littizzetto, da “La principessa sul pisello”
Un libro divertente, di facile e piacevole lettura dove l’irriducibile Luciana Littizzetto parla senza freno di tutte le sfaccettature che caratterizzano la società contemporanea.
Luciana Littizzetto stavolta si scatena su coppia e dintorni. Tanti lui e tante lei, ma anche tante ridicole manie e riti d’oggi fanno capolino in questo diario di una Principessa sul Pisello come tante: dalla pasta di sale all’utero in affitto, dallo spirito guida ai saldi, dalle vacanze a Miami ai maschi che assistono al parto, dai masochisti a dispense fino alle fanatiche dell’aura.
Un libro che vi strapperà un sorriso dalla prima all’ultima pagina, assolutamente consigliato!
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Tasso Poetica
Il Tasso è un poeta di transizione tra il Rinascimento e la Controriforma, tra lo splendore delle corti e l’inizio della servitù politica italiana, tra Ariosto e Marino. Egli non possiede gli strumenti conoscitivi per comprendere la crisi del suo tempo, caratterizzata dal declino della cultura umanistica e rinascimentale, e dall’affermarsi di nuove correnti letterarie, artistiche e religiose (Manierismo, Barocco, Controriforma). La sua formazione intellettuale e umana si svolge ancora in ambito cortigiano e aristocratico, ma senza la fiducia e l’ottimismo della prima metà del secolo. Il Tasso anzi è molto preso dagli scrupoli di ortodossia religiosa, dalla preoccupazione di adeguarsi alle regole aristoteliche, dalla concezione della letteratura come attività privilegiata di una minoranza libera dalla necessità di lavorare, tendenzialmente contrapposta alle esigenze delle masse popolari. Per il Tasso è la corte il luogo dove s’incontrano gli spiriti eletti, superiori, in un clima di raffinata eleganza, per ottenere fama e gloria. In realtà il Tasso, che spese tutta la sua vita a ricercare una corte del genere, non la trovò mai, né avrebbe potuto trovarla in quella generale decadenza che caratterizzava gli stati italiani sopravvissuti all’egemonia spagnola in Italia. Il vero problema del Tasso fu quello di non capire il motivo della decadenza delle signorie. Egli si ostinava a pretendere dalle corti quel “gusto della vita” (inteso come godimento della natura, dei sensi, dell’arte, dell’avventura…) ch’esse non erano più in grado di dargli. Gli spagnoli e la Controriforma imponevano un mutamento di mentalità cui il Tasso avrebbe potuto adeguarsi solo con molta fatica. «Più ancora del sonetto» osserva Hugo Friedrich «il madrigale è quell’espressione poetica per mezzo della quale il Tasso condusse la lirica italiana in un nuovo giardino incantato». Caratterizzate da una grande libertà metrica, sia nell’alternanza di endecasillabi e settenari, sia nel gioco mutevole delle rime, queste brevi composizioni si possono considerare come un paradigma della poesia manierista. La struttura trecentesca in quartine o terzine, da decenni ormai in disuso, è definitivamente dissolta in una struttura che è anzitutto musicale e poi semantica, dove la forma del contenuto passa spesso in secondo piano rispetto al fluire delle immagini acustiche, ed è comunque sempre omogenea ad esse. Ma certamente il valore dei madrigali di T.Tasso non si esaurisce nella loro perfezione tecnica. Molti di essi, da considerarsi dei capolavori assoluti, introducono temi e motivi che rivelano nuovi atteggiamenti culturali e un vero e proprio mutamento di episteme. -
Torquato Tasso la vita e le opere
Torquato Tasso nacque a Sorrento l’11 marzo 1544. La madre era una nobildonna toscana,ed il padre, Bernardo, di nobile famglia bergamasca, era gentiluomo di corte e poeta,autore di un poema cavalleresco. Essendo segretario di Ferdinado Sanseverino, principe di Salerno, quando questi fu mandato in esilio Bernando fu costretto a seguirlo. Dopo
aver studiato a Napoli presso i Gesuiti, Torquato raggiunse il padre a Roma nel 1554,e nel 1557 si traferì con lui alla corte dei della Rovere ad Urbino, dove venne a contatto con l’ambiente cortiggiono che occupò poi un posto fondamentale nella sua esperienza successiva. Nel 59 seguì il padre a Venezia elì, a soli 15 anni, iniziò a scrivere un poema epico sulla prima crociata, il Gerusalemme, lasciandolo però interrotto.Nel 60 si trasferì a Padova per studiare nella prestigiosa quella prestigiosa università, dove studiò dapprima il
diritto, per passare poi a dedicarsi allo studio della filosofia e della letteratura.
Sull’esempio del padre nel 1562, a diciotto anni, scrisse un poema epico di argomento cavalleresco, il Rinaldo, e cominciò a scrivere rima d’amore per Lucrezia Bendidio e per Laura Peperara. Fece, fin da giovanissimo, eseperienza presso diverse corti italiane, fra cui, Urbino, Mantova
e Ferrara e si inserì in quel mondo di eleganza e raffinata cultura. Oltre alle corti, altro ambiente destinato ad incidere sulla sua formazione e cultura fu quello dell’accademia, che nel secondo cinquecento divesse centro per l’eccellenze dell’attività intellettuale. Nel 1565 fu assunto al servizio del
cardinale Luigi D’Este e si trasferì a Ferrara. In questa ultima città, il giovane poeta trascorse gli anni più sereni e più fecondi dal punto di vista creativo. Il poeta di inserì facilmente nei rituali della corte di Ferrara, e fu appezzato da gentiluomini e dame per le sue doti poetiche e per l’eleganza mondana. Frequentò però anche gli ambienti culturali e strinse rapporti con i più prestigiosi intellettuali del luogo. La corte ferrarese, fin dai tempi di Biardo e poi di Ariosto, era stata particolamente amante della letteratura cavalleresca: per
questo, forse, Tasso fu spinto a lavorare al poema epico sulla crociata. Si dedicò ad esso dal 70 al 75, anno in cui potè leggere il poema completo al duca Alfonso. Nel frattempo nel 73 aveva composto , per gli ozi festosi della corte un dramma pastorale, l’Aminta, e aveva anche tentata la tragedia con il Galeatro re di Norvegia, lasciato interrotto. Tasso viveva un costante senso di insoddisfazione e di inquietudine, era tormentato dall’idea di rendere
la sua opera perfattamente aderente ai canoni letterari e religiosi all’epoca vigenti. Nel 75 si recò a Roma e sottopose la sua opera al giudizio di un gruppo di autorevoli letterati i quali mossero all’opera le critiche moralistiche e pedantesche. Tasso la difendeva appassionatamente, ma al tempo
stesso quelle critiche lo rendevano sempre più incerto, perchè egli stesso, formatosi in quel clima culturale,si sentiva di aderire a quelle osservazioni e di ritoccare la sua opera per renderla conforme alle regole.
Nel 76 compose anche l’Allegoria, opera in cui attraverso l’utilizzo di significati allegorici, tentava di giustificare gli episodi amorosi che egli riteneva essere non conformi ai suoi intenti morali ma a cui non riusciva a rinunciare.
Ai dubbi letterali riguardanti il poeme si univno quelli religiosi, fu assalito da interrogativi maniacali sulla propria ortodossia nella fede cattolica , e nel 1577 si sottopose spontaneamente all’Inquisizione di Ferrara per fugare i propri dubbi. L’inquisizione lo assolse, ma questo non bastò a calmare il suo animo.
A questi sintomi d’inquietudine, si unirono le manie di persecuzione, un giorno sentendosi spiato da un servo gli lanciò contro un coltello. Il duca lo fece rinchiudere nel convento di San Francesco, ma fuggi.
Giunto fino a Sorrento, si presentò alla sorella sotto mentite spoglie, annunciandole la propria morte per mettere alla prova il suo amore. Davanti al dolore della sorella, svelò la propria identità e potè trascorrere con lei alcuni giorni sereni. Tornò poi per breve tempo a Ferrara, per poi riprendere i suoi spostamenti per l’Italia. Tornò a Ferrara nel 1579, non trovando l’accoglienza calorosa che si aspettava, andò in escandescenza, tanto che il duca lo fece
rinchiudere come pazzo furioso nell’ ospedale di Sant’Anna dove rimase bel sette anni.
Dopo un periodo di totale segregazione gli fu concesso la libertà di ricevre visite, di studiare e di scrivere.
Potè così riprendere l’attività letteraria, scrisse molte lettere, numerose rime e la maggior parte dei dialoghi.
Tuttavia dovette subire gravi sofferenze fisiche e psichiche: era tormentato da incubi continui e da allucinazioni, era convinto che un folletto gli mettesse in disordine le carte e che un mago lo perseguitasse con maligni incantesimi.
In questo periodo si rivolse, attraverso un’abbondante serie di lettere, ininterrottamente a principi, prelati, intellettuali per difendere la propria persona e per chiedere soccorso.
Si è cercato di capire il motivo che spingeva il Duca a tenere prigioniero uin uomo di così grande fama, che altri signori affermavano di essere disposti a ad ospitare.
Il motivo più plausibile può essere questo: Alfonso, in urto con la curia pontificia, che pretendeva che alla sua morte Ferrara tornasse alla chiesa, voleva evitare che si creasse sulla sua corte un qualunque sospetto di eresia, pericoloso in quegli anni di oppressione controriformista.
Negli anni in cui il poeta era rinchiuso a Sant’Anna la Gerusalemme Liberata fu pubblicata senza il suo assenso,in un’edizione completa e scorretta, e questo lo turbò profondamente. Non solo ma, nonostante il grande successo di
pubblico il poema scatenò una forte polemica tra i suoi sostenitori e chi riteneva superiore il Furioso di Ariosto.
Il poeta amareggiato scrisse un’apologia della “Gerusalemme Liberata” dedicandosi nel contempo ad una revisione radicale dell’opera, al fine di renderla più conforme ai canoni del tempo.
La prigionia ebbe termine nel 1586, quando il Duca Vincenzo Gonzaga di Mantova Ottenne che il poeta fosse affidato alla sua custodia. Ma l’irrequietezza continuò a perseguitare il poeta e non gli permise di restate a lungo a Mantova.
Nei suoi ultimi anni di vita Tasso si divise tra Roma e Napoli ricercando soprattutto l’appoggio degli ambienti ecclesiastici.
In questo periodo scrisse molti poesie encomiastiche, per celebrare i Signori e i monaci che lo ospitavano e molta poesia di ispirazione religiosa, che rifletteil bisogno di cercare nella religione un conforto alle sue sofferenze.
Fu impegnato anche nella rivisitazione del suo poema, che ripubblicò nel ’93 con il titolo “Gerusalemme conquistata”. Nel 1594 il Papa Clemente VIII gli propose l’incoronazione poetica a Roma; ma Tasso, ammalatosi gravemente e ritiratosi nel convento di Sant’Onofrio sul Giannicolo, vi morì nell’aprile 1595.
Tasso incarna in modo esemplare la figura del poeta cortigiano del ’500. La sua vita si svolse interamente nell’ambito della corte e ad essa materialmente e intellettualmente legata: da un lato dal favore dei principi il poeta dipende totalmente per il suo sostentamento economico; dall’altro lato egli ritiene che solo nella corte possa trovare consacrazione la fame del grande poeta e che solo in essa si trovi il pubblico capace di comprendere e apprezzare la sua poesia.
Questa cosa lo differenzia da Ariosto il quale era stato anch’ egli poeta cortigiano ma conservava un bisogno di autonomia dalla corte ed era convinto che la sua autentica realizzazione umana dovesse avvenire al di fuori di essa, nella sfera del privato. Tuttavia il Tasso è un poeta tormentato da profonde contraddizioni: da un lato celebra la corte ed è attratto da essa, dall’altro prova un’intima avversione che si esprime nei suoi atteggiamenti di rivolta, dei suoi continui trasferimenti e vagabondare da un centro all’altro. Sono contraddizioni emblematiche di un’età di forti tensioni e di grandi conflitti in cui il ruolo intellettuale creato dalla cultura cortigiana del Rinascimento entra in crisi, senza ancora si creino alternative.
