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Natale è accendere un fuoco ( La lezione del Natale per tutte le famiglie)

 

Se parlassimo del Natale consumistico, festaiolo, svuotato del suo vero

significato, saremmo, al tempo stesso, realisti ma anche anacronistici;

sono decenni, infatti, che se ne denuncia l’impoverimento e la distorsione.

Gli anni trascorrono e il Natale perde sempre più la sua valenza

teologico-misterica e la dimensione di evento della storia, a

favore di una generica collocazione tra un’esaltazione della bontà e la

“festa dei popoli”. Occorre una vera “rivoluzione del Natale”. Se nelle

feste il cristiano deve vivere i misteri della fede che professa, ciò significa

che a Natale, come a Pasqua, deve testimoniare la verità di quel

“Dio umanato” e il mistero di quella mangiatoia-croce. Natale, allora,

è la festa della rivoluzione, accesa dalla Luce che illumina le nostre

notti, che schiarisce i nostri bui cammini.Non è un caso che la liturgia

della “Notte santa” è un inno a Cristo-luce: «Oggi la luce risplende su

di noi» (Salmo 96). Nelle luci delle vetrine, delle luminarie, degli alberi

di Natale, dobbiamo saper scorgere quella Luce, la vera Luce, che

entra dentro le nostre esistenze, che risplende in noi, trasformandoci in

luce del mondo (cfr. Mt 5,13-14). È ormai indubitabile, irrimandabile

e vitale il bisogno di luce che c’è nel mondo, il bisogno di fuoco, di splendore,

di torce, di fiducia, di speranza. Frère Roger Schutz,meditando

sul mistero del Natale e su Cristo luce del mondo, scriveva: «Quando

la notte si fa densa, il suo amore è un fuoco. Esso riaccende ciò che

rimane rosseggiante sotto la cenere».

 Accogliere quel Dio-bambino nella nostra quotidianità, celebrare

il Natale nella società della dissacrazione e della disumanizzazione

vuol dire «accendere un fuoco nelle notti dell’umanità», riattizzare

vite spente, nascoste, agonizzanti, vincere le ombre di una quotidianità

senza Dio e senza uomo, indicare all’uomo la Luce verso la quale

deve volgersi, come la pianta che si volge al sole per non morire. La luce

della nascita del Salvatore devecontinuare a

rischiarare il valore

immenso della vita umana e della

famiglia.

 

 

Natale è riaccendere

la famigliautte

 

Nel sorriso del Bambino di Betlemme dobbiamo scorgere i

sorrisi dei bambini del nostro tempo, per convincerci che è la tenerezza

dell’amore e del Dio-Bambino a rendere più bella l’esistenza, più vivibile

e abitabile la terra. Per tutti Natale deve significare la possibilità

di scrivere “pagine di Vangelo”, con l’inchiostro dell’amore e il timbro

del farsi dono. Una pagina dovrebbero riscriverla

i genitori, i figli, i nonni, perché il Vangelo è luce e vita per loro. La famiglia

di Gesù è pagina di Vangelo per le famiglie. Nazareth è lo specchio di ogni matrimonio, di

ogni casa, perché lì c’è una famiglia santa e umana, normale e straordinaria,

semplice e complicata. Perché lì c’è semplicemente una famiglia

con le gioie, i dolori, le difficoltà di ogni casa.

L’evangelista Luca descrive la vita della famiglia di Gesù nella sua

quotidianità, che è l’alveo della santità (cfr. Lc 2,39-52). Recatosi a Gerusalemme

per la festa di Pasqua, il dodicenne Gesù non segue i genitori sulla via del ritorno, ma rimane

nel Tempio a conversare con i teologi. Giuseppe e Maria, presi dall’angoscia

e dalla preoccupazione,tornano indietro a cercarlo: «Figlio

perché ci hai fatto questo?». E l’adolescente Gesù risponde, come

un qualsiasi ragazzo in crescita e con le idee chiare: «Perché mi cercavate?

Non sapevate che devo occuparmi della cose del Padre mio?».

I suoi, però, non comprendono. La paura, l’incomprensione, le preoccupazioni

di Nazareth sono simili a quelle delle famiglie di oggi. Non dobbiamo costruire una famiglia

perfetta, ma pienamente e felicemente umana, che sappia vivere

tra scoraggiamenti, incomprensioni, fatica e amore.

Natale è la festa della famiglia che sa fare, vivere e proporre la “diffe-

renza cristiana”. Giuseppe e Maria sono una famiglia che vive insieme,

che si sposta e viaggia insieme per adempiere le prescrizioni religiose,

che sperimenta insieme l’angoscia della ricerca del Figlio. È

questo “essere e fare assieme” che oggi deve riscoprire la famiglia “a

ore”, delle vacanze separate, delle solitudini domestiche, dell’“ognuno

i propri spazi”, del “prima la carriera e i soldi”. L’amore è un “insieme”

che non annulla, ma completa e realizza, che arricchisce e valorizza

l’“io” aprendolo al “noi”. Maria, come donna e madre, è stupenda!

Angosciata chiede al Figlio, con dolcezza e determinazione:

«Perché?» e poi ascolta.  Altri verbi dell’amore cristiano e familiare

ci insegna Nazareth: dialogare, ascoltare e interrogarsi. Nelle

nostre case, infestate dal chiacchiericcio televisivo, dal rumore dei

new-media e dal chiasso individualista e solipsista, si dovrebbe riscoprire

la musicalità del dialogo, l’armonia della verifica e del domandare/

si e il silenzio dell’ascolto. «Scese dunque con loro a Nazareth

e stava loro sottomesso». Dopo l’incomprensione

e la prova, la Famiglia santa non si divide, ma si fortifica,

cresce nell’arte di vivere e di educare, rinnova il “sì” alla vocazione

all’amore e alla famiglia. È nella prova che si cresce: «Padri e

madri lo si diventa progressivamente,nel corso di tutta la vita, rinnovando

l’impegno anche quando non si capiscono i figli, anche quando

sembra che questi non ascoltino. Nella prova la strategia sapiente

consiste non in rimpianti o in rimproveri, ma nel rinnovare il

progetto di vita insieme» (Ermes

Ronchi).

Il cammino della santa Famiglia è ilrespiro della famiglia che pellegrina

per una vita, da Nazareth a Gerusalemme, occupandosi delle “cose di Dio” e delle cose dell’uomo,nella giustizia, nella carità, nell’operosità,

nella legalità, nello sviluppo del bene comune. Nazareth, infine,

insegna l’obbedienza come luogo di amore e vera crescita umanospirituale.

Il ragazzo Gesù, difatti, nonostante conoscesse perfettamente

la sua missione («le cose del Padre mio») resta sottomesso ai

suoi genitori pur se questi non lo comprendono. I limiti dei genitori,

dei figli, le incomprensioni familiari, se vissute nella logica dell’a -

more, sono opportunità per crescere nella sana e santa sottomissione

e comprensione reciproca.

 

Natale è accendere oltre

Il Natale ci fa entrare nella casa di

Na zareth per imparare a vivere la

stessa vita di Cristo, che è “vita bella

e buona”, semplice, tenera, ordinaria,

felice, per cogliere la bellezza

dei sentimenti, la ricchezza della

dolcezza, la profondità di guardare

il volto dell’altro nell’incontro,

l’amicizia e la convenienza evangelica

del seminare e fare il bene.

In questo Natale facciamo a noi e

al mondo un regalo: riprendiamoci

la capacità di pensare. Di pensare

come Maria, che conservava nel

suo cuore gli incomprensibili misteri

di Dio, che consolava il suo

cuore ed animava la mente con

l’amore del Dio fattosi Verbo, Parola,

Luce, Verità. «Il dono da chiedere

a Dio è quello di essere pensosi,

di non arrestarci all’incomprensione,

il dono di andare oltre

o almeno di intuire che c’è un oltre

» (E. Ronchi).

Natale deve significare

“farFrancescoisi dono”,ome avvenivaer Padr

 (Articolo di Francesco armenti : Voce di padre Pio)

e Pio.

D Pio.

D

 

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