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IL TRATTATO “L’AMICIZIA SPIRITUALE” DI AELREDO DI RIEVAULX


Gli amici devono essere semplici, comunicativi,

arrendevoli e appassionati delle medesime cose.

Aelredo di Rievaulx

Nell’amico si devono provare quattro cose.

La fedeltà, l’intenzione, il criterio e la pazienza.

Per sempre ama chi è amico: anche se rimproverato,

anche se offeso, anche se messo sul fuoco, sempre ama.

(Aelredo di Rievaulx Il santo dell’amicizia )

( BIOGRAFIA Clicca Qui )

Perché scomodare uno sconosciuto?

Ci si rende conto, iniziando questa introduzione a un’opera,

come vedremo, così importante e anche attuale per i suoi temi,

dire qualcosa sul suo autore probabilmente pressoché

sconosciuto (o totalmente sconosciuto) ai più e anche a chi

dovesse contattare questo sito. Dopo Bernardo e Guglielmo di

Saint-Thierry, entrambi francesi, Aelredo, un inglese, vissuto in

gioventù alla corte di Scozia poi fattosi monaco, nato nel primo

decennio del XII secolo, morto nel 1167. è il terzo scrittore dei

primordi cistercensi per ordine di importanza. Egli ci ha lasciato

un’opera, il trattato “Sull’amicizia spirituale” (de spirituali

amicitia) di importanza quasi unica per l’argomento affrontato,

l’amicizia interpersonale tra due esseri umani (e vedremo più

avanti se, nonostante il contesto monastico maschile, si debba

considerare la donna estranea al discorso) a sfatare anche il

luogo comune diffuso pure dal celebre “nome della Rosa” di

Umberto Eco per il quale l’unico interesse dei mistici sarebbe l’amore di Dio, un amore visionario e

fanatico, che escluderebbe il rapporto interpersonale d’amicizia tanto più se fra persone di sesso diverso.

L’amicizia è oggi un argomento molto di moda per tutte le età, non solo per i giovani o gli adolescenti: ma

è spesso visto in modo superficiale e banalizzato. Si parla di educazione sessuale a tutti i livelli, dalla

scuola alle strutture sanitarie, ma si parla molto meno di educazione all’affettività. Eppure questa dovrebbe

essere la base portante di ogni iniziazione ai rapporti interpersonali e sociali, fra i quali la relazione

sessuale è senza dubbio fondamentale ma che dovrebbe essere vista come punto di arrivo di un

impegnativo cammino di maturazione di tutta la persona. E questo dovrebbe essere fatto già in età

infantile. Ora, cos’ha da dirci su questi problemi così attuali un autore di novecento anni fa per giunta

pressoché sconosciuto? Saremo sorpresi, nel corso dell’analisi della sua opera, di quanto sappia essere

profondo e sottile, attento esaminatore dell’animo umano pressoché in tutti gli stadi della sua evoluzione, e

anticipatore di quel personalismo cristiano contemporaneo che tanto deve ad una lettura attenta ed

attualizzata degli autori medievali. Sì, perché i confini convenzionalmente stabiliti tra medioevo ed

umanesimo sono artificiali: basti pensare che il lavoro del quale ci occupiamo prende le mosse dall’opera

di Cicerone “A Lelio sull’amicizia” e ciò non deve sorprenderci, perché tutto il Medioevo fu permeato di

cultura classica integralmente trasmessa negli “scriptoria” monastici: inoltre, come vedremo subito, se l”

alto Medioevo”, quello che va circa dal 600 al Mille, dice prevalentemente “noi” ossia pone l’accento sul

corpo sociale e sull’ordine di un mondo gerarchizzato, dall’XI secolo riapprende a dire “io” sull’onda dei

classici greci e dei latini influenzati dal mondo greco, con profondità di analisi che possono stupire gli

odierni esperti di scienze psicologiche.

La rinascita del XII secolo: tratti essenziali

Sul fenomeno del “rinascimento” del secolo XII la bibliografia è sterminata, ma noi accenniamo solo per

brevi linee basandoci sulle riflessioni che il domenicano Marie Dominique Chenu fece in un opuscolo sul

“risveglio della coscienza” dedicato appunto al XII secolo. In questo secolo lo sguardo, senza con questo

distogliersi da Dio e dalla società, si pone sull’uomo, sulla conoscenza di sé (il socratismo cristiano) sulla

responsabilità (pensiamo solo alle riflessioni di Pietro Abelardo, rivoluzionarie per l’epoca,

sull’intenzionalità dell’azione come capace di qualificare la stessa come buona o cattiva (contro l’idea di

una colpevolezza oggettiva). Rimaniamo al campo filosofico e della spiritualità, che è quello che ci

interessa, senza sconfinare in quello politico che ci porterebbe a prendere in esame la lotta per le libertà

delle città e dei singoli (riscatto dei servi). Si diffonde il desiderio di accostare direttamente il testo sacro,

non più mediato dalla predicazione ufficiale dei ministri della Chiesa: da qui il pullulare dei movimenti

eterodossi. Il latino della Chiesa non solo non è più la lingua parlata dal popolo, ma i volgari nazionali o

addirittura le lingue non romanze, come quelle

germaniche, assumono dignità letteraria, producendo

capolavori. la riflessione sull’amore – e qui veniamo

proprio al tema che ci interessa – è si condizionata dalle

convenzioni “di corte” ma non è solo un gioco intellettuale

dei maschi, come diversi studiosi e studiose affermano.

Emerge una nuova idea della dignità della persona. Le

opere letterarie narrano di amori trionfanti tra persone di

condizione diversa, impensabili nel primo Medioevo. Ed è

in questo quadro che si colloca l’opera di Aelredo, del

resto discepolo diretto di Bernardo, col quale ebbe contatto molto più che occasionali. L’aver dedicato

un’opera intera specificamente all’amicizia lo colloca in un posto peculiare in questo tempo di riscoperta

della coscienza individuale. La sua opera non a caso sarà dimenticata dal Trecento fin quasi ai giorni

nostri, in quanto la spiritualità dell’Oriente, da sempre sospettosa sulle “amicizie particolari” negli ambiti

religiosi, influenzerà, a partire dal Concilio di Firenze e dal fallito tentativo di unione con la Chiesa

bizantina, anche la spiritualità occidentale, con la riscoperta ed esempio, dei Padri del deserto, della Storia

lausiaca, e delle altre fonti del monachesimo orientale (Basilio in testa). La situazione si conserverà nei

conventi e seminari fino alle soglie dell’ultimo Concilio.

Nel nostro autore, che, non dimentichiamolo mai, ha passato la gioventù in una corte regia, la prospettiva

è ben diversa: anche lo stare in allegra brigata, “in baracca” come si dice dalle parti di chi scrive, pur non

costituendo certo il vertice dell’amicizia, è tuttavia un primo gradino, ed ha un ruolo importante

nell’educazione del giovane; purché è logico, non si facciano cose immorali. Poi è chiaro che ci si deve

elevare a livelli superiori, soprattutto col crescere in età; ma la convivialità non solo costituisce una tappa

importante, ma resta un momento fondamentale dell’amicizia, benché sia vissuta in modo diverso, è

chiaro, in ambito laico, addirittura a livello di nobili come in una corte, o in monastero.

L’eredità classica: Cicerone

Assai più noto dall’opera di Aelredo è il dialogo”Lelio o dell’amicizia” di Marco Tullio Cicerone, una delle

cime della classicità romana. Aelredo si dichiara apertamente debitore a Cicerone, come abbiamo già

detto: ma non c’è niente di più sbagliato che vedere nella sua opera un semplice rifacimento del classico

romano con qualche “spolveratura” cristiana. A parte la semplice considerazione dei numerosissimi

esempi biblici (prima di tutto quello di Davide e Gionata) citati da Aelredo, occorre considerare che

nell’opera ciceroniana è al centro la “res publica”, lo Stato romano, e quella “fides” fedeltà o lealtà, alla

quale si deve anteporre anche l’amicizia è appunto quella verso lo Stato. Il significato della parola “fede” in

Aelredo diventa molto complesso, poiché include sia la fede teologica, sia la lealtà, tanto verso i pubblici

poteri che verso le persone a noi legate da qualche obbligo. Un ambito dunque molto più vasto. Ed è

appena il caso di ricordare che la “benevolenza e carità” ciceroniana è semplicemente affabilità e

gentilezza, mentre nel latino cristiano il termine “caritas”, dopo essere stato usato per tradurre il greco

“agape” nel capitolo 13 della prima lettera ai Corinti di San Paolo, assume ben altro significato!

Nientemeno che quell’amore col quale il cristiano, per grazia di Dio, e per quanto può, deve avvicinarsi

all’amore con cui il Padre, in Cristo, lo ama. Perciò la definizione classica di amicizia come “accordo nelle

cose divine e umane in benevolenza e carità” ha un significato molto diverso, pur essendo ripreso

letteralmente, nell’uomo politico romano e nel monaco cistercense di mille anni dopo. Analogamente,

Cicerone sembra avvicinarsi a una concezione gratuita dell’amicizia, respingendo tesi epicuree e stoiche,

che la subordinavano o la nostro piacere, nel primo caso, o a vantaggi che possiamo trarne, nel secondo:

Ma analizzando l’opera di Aelredo, vedremo che l’autore medievale si spinge molto più in là, fino a

giungere ad anteporre il bene nostro a quello dell’amico e a citare il passo di Giovanni. “Non c’è amore più

grande che dare la vita per gli amici”. Eppure, come vedremo subito, Aelredo ha ben presenti le

caratteristiche dell’amicizia, quella che per essere tale dev’essere ricambiata, e quelle della carità.

Amicizia e carità

In questa presentazione dell’opera di Aelredo non seguiamo la traccia dell’introduzione alla traduzione

italiana curata da D: Pezzini, che segue rigorosamente la divisione dell’opera. Qui invece si passeranno in

rassegna alcuni dei tempi principali, spigolando qua e là e cercando per quanto possibile di fare opera utile

anche per chi non ha intenzione di sobbarcarsene la lettura. Abbiamo già detto come Aelredo intenda

valorizzare in senso cristiano l’amicizia, che è quel rapporto reciproco tra persone nel quale in pari grado,

o quasi, si dà e si riceve. Ciò la distingue nettamente dalla carità, che secondo il dettato del Vangelo si

deve anche a chi ci odia. Abbiamo pure visto come Aelredo non si rifiuti di ammettere che anche il mondo

non cristiano era giunto a riconoscere la positività, la naturalezza, la necessità di questo rapporto. E se di

amicizia con donne non si parla in Cicerone, essendo inteso che l’unico rapporto onesto con la donna è

quello coniugale, non paritario e finalizzato alla prosecuzione della specie, ne troviamo traccia in Aelredo,

memore senz’altro delle sue frequentazioni alla corte di Scozia.

Del resto nel cristiano Aelredo, nel monaco Aelredo, troviamo esplicitamente affermata la parità in dignità

fra uomo e donna, fra moglie e marito, e anche tra persone costituite a diversi livelli gerarchici. In una

società fortemente gerarchizzata quale quella medievale, tanto nei rapporti politici quanto in quelli

ecclesiali, si afferma chiaramente la pura “funzionalità” di tutto questo e la sua irrilevanza a livello

essenziale. Un’altra traccia evidente del progresso della coscienza e della dignità dell’uomo che fa del XII

secolo l’inizio vero dell’Umanesimo. Anzi si può dire che l’umanesimo del Millecento e del Milleduecento,

fino a Dante, è un umanesimo popolare mentre quello che siamo abituati a considerare come vero

umanesimo è un movimento elitario.

Il dovere cristiano di amare tutti non annulla l’amore di predilezione, che se vissuto autenticamente, è fonte

di gioia e di arricchimento reciproco: autentico valore umano, è anch’esso trasformato ed elevato dalle

virtù cristiane e dalla grazia. “Ma allora, tra l’amicizia e la carità non c’è nessuna differenza” chiede Ivo,

l’interlocutore della prima parte del dialogo. “C’è invece, e grande” risponde Aelredo “… La legge della

carità ci fa obbligo di accogliere nel seno dell’amore non solo gli amici, ma anche i nemici (mt.5,44) Noi

però chiamiamo amici solo quelli cui non temiamo di affidare il nostro cuore con tutto quello che ha dentro,

e così fanno anche loro, stringendosi a noi in un legame che ha la sua legge e la sua sicurezza nella

fiducia reciproca. “ (Libro I, 31-32)

Caratteristiche dell’amicizia: ricchezza e rischi

Classica definizione dell’amicizia, ripresa da Cicerone ma a lui anteriore e probabilmente proverbiale,

“Idem velle et idem nolle” (volere e non volere le medesime cose” è pure fatta propria da Aelredo ma

notevolmente arricchita. Abbiamo accennato alla profondità di analisi psicologica di cui questo autore è

capace: fra l’altro è importante dire che a differenza del “Lelio” ciceroniano, “L’amicizia spirituale” di

Aelredo è la registrazione di un vero dialogo fra lui e alcuni suoi confratelli, che interloquiscono, criticano,

si arrabbiano; insomma un rapporto fra persone concrete, vive.

Ovviamente, dal punto di vista antropologico, Aelredo molto più che a Cicerone è debitore ad Agostino,

come tutta la cristianità medievale: e in particolare per quanto riguarda il rapporto fra ragione e sentimento

nella scelta degli amici. Non solo il ruolo della ragione non è da escludere, ma ben lungi da ogni

sentimentalismo, la valutazione alla luce della ragione delle caratteristiche umane di coloro al quale

vogliamo legarci con amicizia è fondamentale: alcuni difetti infatti per Aelredo escludono una persona dalla

possibilità di contrarre amicizia profonde e tali sono, per esempio, l’irascibilità, l’insincerità, la diffidenza e

la loquacità (non saper mantenere i segreti). “Ci sono certi difetti che impediscono, a chi vi si trova

impegolato, di osservare con costanza le leggi e i diritti dell’amicizia:::Sto parlando di coloro che per

carattere sono irascibili, instabili, sospettosi e chiacchieroni “. (Libro III, 14)

Tra veri amici infatti deve vigere fedeltà e confidenza assoluta: tutto si deve poter dire ad un amico, senza

correre il rischio di veder sbandierati al vento i propri segreti. Naturalmente, non è che per gli irascibili, i

mentitori, i chiacchieroni non ci sia speranza: purché si sforzino di liberarsi dai propri difetti. Precisa infatti

Aelredo: “ Se però ci sono in queste persone altri aspetti della vita e del comportamento che piacciono,

allora si deve fare ogni sforzo per guarirli così da renderli idonei all’amicizia” (ibid.)Così potranno anch’essi

essere scelti da qualche persona onesta e saggia come amici. Va da sé che è esclusa ogni autenticità

nell’amicizia di chi si associa per fare il male; ma questo era già in Cicerone. Per quanto detto sopra,

Aelredo si appella soprattutto all’autorità dei libri sapienziali dell’Antico Testamento (Proverbi e Siracide)

Potrebbe sorgere un problema: il cristiano non deve perdonare anche chi rivela un segreto, o peggio lo

tradisce e gli fa del male? Sì, ma non deve più accoglierlo nell’amicizia.

L’amicizia, l’abbiamo detto, è un valore umano: questa è la grandezza di Aelredo, aver focalizzato

l’attenzione su un rapporto che è sì perfezionato dalla grazia, ma richiede la fedeltà a impegni riconosciuti

anche a livello di natura. Infatti sono come abbiamo visto, la “ratio” e la “dilectio”, la retta ragione, da una

parte, e l’attrazione, dall’altra, che guidano alla scelta di un amico. Ciò si riferisce anche a rapporti fra

persone di diverso sesso: “Penso che spesso, non senza piangere, avrai letto la storia di quella ragazza di

Antiochia che un soldato, con abilissima astuzia, strappò da un lupanare (era una prostituta dunque,

N.d.A.) diventando poi suo compagno nel martirio dopo essere stato, nel lupanare, custode della sua

purezza” (libro I, 25)

La storia di Santa Teodora d’Alessandria contenuta nel Martirologio romano è probabilmente leggendaria,

ma possiamo supporre che Aelredo, prima di farsi monaco, alla corte di Scozia possa aver avuto

esperienze di frequentazioni femminili anche nel quadro piuttosto rigido dei costumi dell’epoca. Per i quali,

come dimostra la contemporanea tragica storia di Eloisa e Abelardo, l’alternativa era sposarsi

legittimamente, lasciar perdere o andare incontro a violente forme di faida. Riprendendo il discorso

sull’amicizia, Aelredo suggerisce che questa si debba, salvo grave pericolo, sciogliere gradualmente e non

di colpo: e se possibile, si deve cercare di non far degenerare l’antica amicizia in inimicizia vera e

propria.”se tuttavia vieni a soffrire …da parte di colui che avevi accolto nella tua amicizia, non devi rompere

subito il rapporto, ma scioglierlo con gradualità:::” (Libro III,54) Al di là poi di considerazioni che possono

sembrare di un moralismo patrimonio di tutta la sapienza antica e medievale, troviamo in Aelredo spunti di

umanità, e di analisi psicologica, veramente sorprendenti. Troppo lunghe sarebbero le citazioni da

riportare, ma il nostro autore si districa in casi complessi nei quali un sentimento d’amicizia si mescola a

rapporti sociali di superiorità e subordinazione (parla per i monaci, ma pensiamo oggi al mondo del lavoro,

degli affari, della politica) o alla considerazione, ovvia ma non troppo, che i musoni, anche se ricchi

interiormente, non troveranno mai molti amici, rischiando così di vedere sprecate le proprie doti, che tanto

sono preziose in quanto si condividono. Infine, la considerazione che nemmeno la differenza di età è un

ostacolo all’amicizia, ovviamente entro certi limiti. Per il resto, lo spazio di questo lavoro richiede di

rimandare chi voglia approfondire all’opera, o a contributi su di essa, avvertendo che la bibliografia è però

perlopiù in lingua inglese, come si può capire.

Conclusione: L’amicizia spirituale

Non sono poche le “coppie spirituali” (Francesco e Chiara, Teresa d’Avila e Giovanni della Croce;

Francesco di Sales e Giovanna di Chantal) nelle diverse epoche, che quest’operetta non l’avranno

neanche conosciuta. Ma quell’aggettivo, “spirituale” che in

Cicerone non c’è, non è messo lì per caso. Infatti, Aelredo

pone sì come base dell’amicizia l’accordo, l’affetto, la

concordia fra due persone, ma lasciando intendere che i

beni più preziosi da condividere sono quelli spirituali. E se

nell’amicizia strettamente intesa è importante una

pedagogia, un’educazione agli affetti, nel condurre una

persona a condividere con un’altra i beni della grazia

occorre più ancora che esperienza, penetrazione

psicologica, intuito, quanto quella vera sapienza che viene

solo dallo Spirito. Eppure non parliamo di cose

eccezionali: già che siamo entrati nell’ambito specificamente cristiano – e Aelredo ha ben chiara la

distinzione tra l’ambito della natura e quello della grazia – in ogni amicizia tra cristiani, o in ogni amicizia in

cui sia coinvolto almeno un cristiano, fatta salva la libertà di coscienza di ognuno, dovrebbe essere chiaro

che i beni i quali portano alla crescita nella vita spirituale dovrebbero essere i più importanti da condividersi

anche se, senz’altro, ciò va fatto una volta che l’amicizia è veramente salda e provata nella sua autenticità.

Aelredo, l’abbiamo detto, è contemporaneo di Bernardo di Chiaravalle e lo frequentò non

occasionalmente; gli è debitore sotto molti aspetti e nell’opera di cui ci siamo occupati troviamo citato

anche il Sermone 86 sul Cantico, indizio, sia detto per inciso, che la stesura delle ultime due parti de

“L’amicizia spirituale” è tardiva. E sappiamo quanto le affermazioni di Bernardo sulla pura gratuità

dell’amore abbiano fatto scorrere inchiostro nel corso dei secoli, almeno fin quando le questioni relative

alla vita dello spirito avevano una qualche rilevanza e non ci si trovava all’interno di un pastone dove tutto

ciò che è qualificato di “spirituale” fa brodo proprio perché ciò che è autenticamente tale non interessa più

a nessuno. Anche Aelredo, così come Bernardo nel primo dei suoi sermoni sul Cantico dei Cantici,

commentando CT 1,1: “Mi baci egli con i baci della sua bocca!” introduce la metafora del bacio: carnale – e

qui vi include anche quello tra marito e moglie, (Libro II, 24) – spirituale e intellettuale.

Ci occupiamo per brevità del secondo. “Il bacio spirituale… è un sentimento del cuor; non è un

congiungere le labbra, ma un fondere gli spiriti e lo Spirito di Dio rende tutto casto e vi intride con la sua

presenza il gusto delle realtà celesti. Non troverei sconveniente chiamare questo bacio il bacio di Cristo…”

(Libro II , 26), l’influenza di Bernardo è qui evidente. Cosa sia più in dettaglio l’amicizia spirituale, Aelredo

lo descrive nel libro III con una citazione diretta del De officiis ministrorum (“I doveri degli ecclesiastici” di

Sant’Ambrogio: “…fare la volontà dell’amico, confidargli i nostri segreti e tutto quanto abbiamo nel cuore,

non ignorare le sue cose più intime… L’amico, infatti, non nasconde niente, .se è sincero rivela il suo

animo, come il Signore Gesù rivelava i segreti del Padre” (Ambrogio, I doveri, III, 136, cit. in Aelredo, o. c.,

III; 83).

Ci sembra di poter concludere proprio col riferimento di Aelredo ai due baci, anche questa eredità di

Bernardo: il bacio carnale e il bacio spirituale, ambedue importanti (anche quello fra uomo e donna, nota

bene) l’uno simbolo dell’altro, che è effettivamente il bacio di Cristo, se è autentico, anche quando è

trasmesso dall’amico fedele o dall’amato all’amata e viceversa, e anzi proprio per questo. L’aspetto

sacramentale delle cose non va perso mai di vista: dove c’è amore, benevolenza, lì c’è Cristo, tra due

fidanzati, tra due sposi, tra amici veri, in una comunità che vive autenticamente il Vangelo e pratica il

servizio, e fin dove è più difficile, nell’abbracciare anche i lontani, gli indifferenti, gli ostili.

( Massimo Guizzardi )


L’AMICIZIA SPIRITUALE

di AELREDO DI RIEVAULX

LIBRO PRIMO

La natura e l’origine dell’amicizia e il motivo per cui ho scritto questo libro

Quando, ancora ragazzo, frequentavo la scuola, mi dava moltissima gioia la compagnia

dei miei coetanei, così, tra le abitudini e le debolezze che solitamente rendono

problematica quell’età, mi diedi con tutto me stesso all’affetto e mi consacrai all’amore:

niente mi sembrava tanto dolce, tanto gioioso, tanto appagante quanto essere amato e

amare. Il mio animo si trovò così a fluttuare fra tanti affetti e amicizie, come fosse

trascinato in più direzioni: non sapevo cosa fosse la vera amicizia, e spesso mi lasciavo

ingannare da ciò che ne era solo l’apparenza.

Finalmente mi capitò un giorno tra le mani il libro di Cicerone sull’amicizia, e subito mi

sembrò utile per la profondità delle idee, e gradevole per la dolcezza dello stile. Benché

non mi sentissi ancora maturo per l’ideale che proponeva, ero felice di aver trovato un

certo modello di amicizia che mi permetteva di porre un certo ordine fra i miei

sentimenti così dispersivi. Quando piacque al mio buon Signore rettificare le mie

deviazioni, rialzarmi da terra, purificarmi con il suo tocco salutare dai miei errori,

lasciai i progetti di carriera mondana ed entrai in monastero. Mi buttai subito nella

lettura dei libri sacri: prima infatti i miei occhi infiammati e assuefatti al buio delle cose

del mondo non riuscivano neanche a sfiorarne la superficie. Così, mentre il gusto delle

sacre Scritture diventava sempre più dolce, e al loro confronto quel poco di scienza che

mi era venuto dal mondo andava perdendo valore, mi tornarono alla mente le cose che

avevo letto nell’opuscolo sull’amicizia di Cicerone, e mi stupii che non avessero più lo

stesso sapore di prima. In effetti, a quel punto della mia vita, se una cosa non mi dava lo

stesso gusto di quel miele che è l’amicizia di Cristo, se non era condita con il sale della

Scrittura, non riusciva a coinvolgere interamente il mio sentimento.

E pensando e riflettendo continuamente su quelle idee, mi chiedevo se non fosse

possibile rafforzarle dando loro come fondamento l’autorità delle Scritture. Avendo già

letto negli scritti dei santi Padri molte cose riguardanti l’amicizia, volendo amare

spiritualmente ma non sentendomene capace, cominciai a scrivere degli appunti

sull’amicizia spirituale per offrire a me stesso le regole di un amore puro e santo. Così è

nato questo libro, che ho diviso in tre parti: nella prima tratto della natura dell’amicizia

e ne esamino l’origine o la causa; nella seconda ne prospetto i frutti e la grandezza; nella

terza spiego, secondo le mie capacità, in che modo e fra quali persone essa possa

conservarsi intatta per sempre.

Se qualcuno trarrà una qualche utilità da questa lettura, renda grazie a Dio e supplichi la

misericordia di Cristo per i miei peccati. Se qualcuno troverà invece superfluo o inutile

quanto ho scritto, abbia pazienza per la mia situazione infelice che, caricandomi di

numerosi impegni, mi ha costretto a ridurre nello schema di questa meditazione il fiume

dei miei pensieri.

 

La definizione pagana dell’amicizia

Aelredo: Eccoci qui, io e te, e spero ci sia un terzo in mezzo a noi, il Cristo. Non c’è

nessuno che possa infastidirci, nessuno che possa interrompere il nostro conversare da

amici: nessuno che arrivi con chiacchiere o fracasso a insinuarsi in questa nostra

piacevole solitudine. Coraggio, carissimo, apri il tuo cuore, versa quello che vuoi nelle

orecchie di chi ti è amico: accogliamo con gratitudine il luogo, l’ora, la serenità del

riposo. Poco fa, infatti, mentre stavo seduto in mezzo a tanti fratelli che mi premevano

da ogni parte parlando ad alta voce, chi interrogando, chi discutendo della Scrittura, chi

della morale, chi dei vizi e chi delle virtù, solo tu stavi zitto. A volte alzavi il capo, e

pareva che volessi parlare, poi, come se la voce ti morisse in gola, abbassavi la testa e

tacevi; a volte ti staccavi un po’ dal gruppo, poi tornavi, mostrando un volto triste. E

capivo da tutti questi segni che, per far uscire i pensieri del tuo cuore, fuggivi dal

gruppo e desideravi piuttosto la riservatezza.

Giovanni: È proprio cosi, e mi rende molto felice sapere che ti prendi cura di questo tuo

figlio e fratello, perché solo lo spirito di carità può averti rivelato il mio stato d’animo e

il mio desiderio. Vorrei che la tua bontà mi concedesse, ogni volta che tu verrai a

visitare i tuoi fratelli che vivono qui, di stare a lungo con te, lontano dagli altri, per

poterti esporre con calma ciò che si agita nel mio cuore.

Aelredo: Certo che te lo concedo, e volentieri. È questo proprio perché sono felice di

vederti assetato non di chiacchiere inutili, ma di parlare di ciò che è necessario per la tua

vita. Parla pure con tranquillità e condividi con chi ti è amico le tue preoccupazioni e i

tuoi pensieri, così che in questo scambio tu possa imparare e insegnare, dare e ricevere,

versare e attingere.

Giovanni: Veramente io sono pronto a imparare, non a insegnare; non a dare, ma a

ricevere; ad attingere, non a versare. Del resto sono più giovane di te, mi ci costringe la

mia inesperienza e me lo consiglia il mio essere religioso. Ma per non sprecare

inutilmente il tempo, vorrei che tu mi insegnassi qualcosa sull’amicizia spirituale.

Vorrei sapere di cosa si tratta, come nasce e qual è il suo scopo. Può nascere tra

chiunque, e se no tra chi? Come può durare nel tempo? È possibile raggiungere il

traguardo della santità senza che alcun dissenso la rovini?

Aelredo: Mi meraviglio che tu chieda a me queste cose quando sai bene che illustri

filosofi dell’antichità hanno trattato con abbondanza di questi argomenti. Oltretutto hai

passato gli anni della tua giovinezza a studiare quegli scritti, hai letto il libro di Cicerone

sull’amicizia dove, con uno stile davvero felice e con ricchezza di argomentazioni,

discute di tutto ciò che riguarda questa materia ed espone le norme che la regolano.

Giovanni: Conosco quel libro, anzi tempo fa lo leggevo con molto piacere; ma da

quando ho cominciato a gustare la dolcezza delle Scritture e ho conosciuto Cristo che ha

avvinto a sé il mio affetto, tutto ciò che non ha il gusto della parola di Dio, o non ha la

stessa dolcezza, per me non ha né sapore né luce. Anche se si trattasse di cose scritte in

modo molto raffinato non avrebbero pere me alcun interesse. Per questo vorrei che tutto

ciò che è stato detto in passato, sempre che sia conforme alla ragione, e quello che

nascerà utilmente da questa nostra discussione, sia provato con l’autorità della Scrittura.

Vorrei anche che tu mi spiegassi come l’amicizia che deve esserci tra noi nasce in

Cristo, cresca grazie a Lui, e trovi in Lui il fine e la perfezione. Credo, infatti, che

Cicerone non conoscesse la vera forza dell’amicizia, visto che non conosceva in alcun

modo colui che ne è il principio e il fine: Cristo.

Aelredo: Hai ragione tu. Anzi, visto che non so bene quali siano le mie capacità, non mi

metterò certo a farti da maestro, piuttosto voglio conversare con te, dal momento che sei

stato tu a trovare la via giusta. Proprio tu hai acceso quella luce fantastica che ci

permetterà di non smarrirci lungo strade insicure, ma ci condurrà certamente a

raggiungere l’obbiettivo che ci siamo proposti. Cosa si può dire, infatti, di più bello

sull’amicizia, di più vero, di più utile se non dimostrare che essa nasce in Cristo,

progredisce con Cristo, e da Cristo è portata a perfezione? Parla, allora, e dimmi qual è

l’argomento che secondo te dobbiamo considerare per primo.

Giovanni: Mi pare che si debba ragionare prima di tutto su cosa sia l’amicizia perché, se

ignoriamo il principio su cui fondare e sviluppare la nostra discussione, rischiamo di

sembrare persone che costruiscono i castelli in aria.

Aelredo: Non ti basta quello che ha detto Cicerone: “L’amicizia è l’accordo, pieno di

benevolenza e carità, sulle cose umane e divine”?

Giovanni: Se questo basta a te, sono soddisfatto anch’io.

Aelredo: Allora diciamo che tutti coloro che sulle cose divine e umane si trovano in

perfetta sintonia e vivono un’unità fatta di benevolenza e carità, hanno raggiunto la

perfezione dell’amicizia.

Giovanni: E perché no? Non riesco però a vedere cosa potessero significare in bocca a

un pagano parole come “benevolenza” e “carità”.

Aelredo: Forse col termine “carità” voleva riferirsi all’affetto interiore, mentre con

quello di “benevolenza” voleva significare il suo tradursi in opere concrete. Infatti nelle

cose umane e divine la sintonia dei due cuori deve essere cara a entrambi, cioè amabile

e preziosa; invece nelle cose esterne l’agire deve essere pieno di benevolenza e di gioia.

Giovanni: Ammetto che questa definizione mi piace abbastanza, ma ho l’impressione

che vada bene per i pagani e per gli ebrei, anzi anche per i cattivi cristiani. Sono

convinto però che tra quelli che sono senza Cristo non può sussistere la vera amicizia.

Aelredo: Nel seguito del discorso vedremo con chiarezza se la definizione manca di

qualche cosa o se pecca per esagerazione, cosi che potremo respingerla o accettarla

come sufficiente e non viziata da alcun elemento estraneo. Da questa definizione,

infatti, anche se forse non ti sembra adeguata, puoi comunque capire cosa sia l’amicizia.

Giovanni: Non prendertela, per favore, se ti dico che così non mi basta, a meno che tu

non mi spieghi per bene il significato della parola stessa.

 

La definizione di amore, di amico, di amicizia e la definizione della carità

Aelredo: Lo farò volentieri, purché tu abbia comprensione per la mia ignoranza e non

mi costringa a insegnarti quello che io stesso non so. Mi sembra che il termine “amico”

venga da “amore”, e “amicizia” da “amico”. L’amore è un sentimento dell’anima per

cui essa, spinta dal desiderio, cerca qualcosa e desidera goderne, ne gode con una certa

dolcezza interiore, abbraccia poi l’oggetto di questa ricerca, e conserva nella memoria

quello che ha trovato. La natura e la dinamica di questo sentimento le ho studiate con

molta diligenza nel mio scritto intitolato “Specchio della carità” che tu conosci bene. Io

dico che l’amico è come un custode dell’amore, o, come ha detto qualcuno, “un custode

dell’animo stesso”, perché l’amico, come lo intendo io, deve essere il custode

dell’amore vicendevole, o meglio del mio stesso animo: deve conservare in un silenzio

fedele tutti i segreti del mio animo; curare e tollerare, secondo le sue forze, quanto vi

trova di imperfetto; gioire quando l’amico gioisce; soffrire quando soffre; sentire come

proprio, tutto ciò che è dell’amico. L’amicizia dunque è quella virtù che lega gli animi

in un patto così forte di amore e di dolcezza che quelli che prima erano tanti ora sono

una cosa sola. Per questo i grandi filosofi hanno posto l’amicizia non tra le realtà casuali

e passeggere, ma tra le cose eterne. È quanto lo stesso Salomone sembra dire nel libro

dei Proverbi quando scrive: “Un amico vuol bene sempre” (Pr 17,17), affermando così

con chiarezza che l’amicizia è eterna se è vera; se invece cessa di esistere, vuol dire che

non è vera, anche se lo sembrava.

Giovanni: Com’è allora che si dice che anche tra grandi amici sorgono gravi inimicizie?

 

L’amicizia: un ideale da perseguire anche con il sacrificio

Aelredo: Di questo, se Dio vorrà, parleremo a suo tempo. Voglio subito che tu sappia

che non è mai stato vero amico uno che ha potuto offendere un altro dopo averlo accolto

nella sua amicizia. E nemmeno può dirsi che abbia gustato la gioia della vera amicizia

chi, una volta offeso, cessa di amare colui che prima amava. Infatti chi è amico, ama

sempre. Se anche fosse rimproverato, insultato, dato alle fiamme, messo in croce, chi è

amico ama sempre; e, come dice san Gerolamo: “Un’amicizia che può spegnersi non è

mai stata una vera amicizia!” (Epist. 41, ad Ruffin.).

Giovanni: Se la perfezione della vera amicizia è così grande, non mi stupisco più che

siano cosi rari quelli che sono stati riconosciuti come veri amici. Cicerone dice

addirittura che, in tanti secoli che lo hanno preceduto, si possono contare “appena tre o

quattro” (Lib. de Amic., n. 15) veri amici che per la loro virtù e bontà abbiano raggiunto

la notorietà. Visto poi che anche nella nostra epoca cristiana gli amici sono così rari, mi

pare proprio di sudare per niente nel tentativo di far mia questa virtù. È una grandezza

che mi spaventa, e che credo non raggiungerò mai.

Aelredo: È stato detto che “già il solo tentativo di arrivare a cose grandi è grande”. Per

questo è tipico degli animi più grandi riflettere costantemente sulle cose più sublimi,

con il risultato che, o raggiungono quello che desiderano, o conoscono con maggior

chiarezza quale deve essere il vero oggetto del loro desiderio: puoi star certo che ha già

fatto un grande passo in avanti chi, conoscendo la virtù, si rende conto di quanto ne sia

ancora lontano. Del resto, il cristiano non può mai disperare di conquistare l’amore di

Dio e del prossimo, visto che sente ogni giorno nel Vangelo la voce divina che gli dice:

“Chiedete e otterrete” (Gv 16,24). Non ti devi stupire se tra i pagani furono pochi i

seguaci della virtù. Loro non conoscevano colui che è il Signore e il datore della carità,

del quale è scritto: “Il Signore delle virtù è il Re della gloria” (Sal 23,10). Infatti, posso

portarti l’esempio non di tre o quattro, ma di migliaia di amici che, per la fede in lui,

erano pronti a “morire l’uno per l’altro”, operando quel miracolo grandioso che gli

antichi celebravano o immaginavano si fosse realizzato nel caso di Pilade e Oreste. Non

erano forse veri amici secondo la definizione di Cicerone quelli di cui è scritto: “La

moltitudine dei credenti era un cuor solo e un’anima sola; nessuno diceva sua proprietà

quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro in comune” (At 4,32)? Come

poteva non essere totale il “consenso nelle cose divine e umane, unito a carità e

benevolenza” tra coloro che avevano un cuor solo e un’anima sola? Quanti martiri

hanno dato la vita per i loro fratelli, quanti non hanno badato a spese, a fatiche, alle

stesse torture. Penso che tu abbia letto la storia di quella ragazza di Antiochia che un

soldato, con astuzia, strappò dalla strada, diventando poi suo compagno nel martirio

dopo essere stato nella strada custode della sua purezza.

Potrei portarti molti altri esempi, se il loro numero non fosse eccessivo. Cristo Gesù

infatti ha annunziato e proclamato il Vangelo, ed essi si sono moltiplicati oltre ogni

misura. Ha detto: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri

amici” (Gv 15,13).

Giovanni: Allora tu dici che tra l’amicizia e la carità non c’è nessuna differenza?

Aelredo: C’è invece, e grande. Dio ha infatti voluto che siano molti di più quelli che

accogliamo con la carità di quelli che ammettiamo all’abbraccio dell’amicizia. La legge

della carità ci porta ad accogliere con amore non solo gli amici, ma anche i nemici (cfr.

Mt 5,44). Noi però chiamiamo amici solo quelli cui non temiamo di affidare il nostro

cuore con tutto quello che ha dentro, e così fanno anche loro, stringendosi a noi in un

legame che ha la sua legge e la sua sicurezza nella fiducia reciproca.

 

I vari tipi di amicizia: carnale, mondana, spirituale.

Giovanni: Però ci sono di quelli che, seguendo il mondo e avendo in comune

certi vizi, si legano l’uno all’altro in un patto del genere, vivendo in un vincolo

amicale. Vorresti spiegarmi quale, fra tante forme di amicizia, possa essere

detta, a differenza delle altre, “spirituale”? Mi pare, infatti, che l’amicizia

spirituale risulti in qualche modo oscurata dalle altre forme, che per giunta

sembrano più attraenti. Mi aiuterai così a distinguerla da ciò che la accomuna

alle altre, così risulterà più chiara, e quindi più desiderabile. Così tutti

opereremo con più decisione per conquistarla e farla nostra.

Aelredo: Non hanno il diritto di usare il nobilissimo nome dell’amicizia quelli che sono

uniti dalla connivenza nel vizio: chi non ama, infatti, non è un amico, e non ama l’uomo

colui che ama l’iniquità. Chi ama l’iniquità non ama, ma odia la sua anima, e chi non

ama la sua anima tanto meno può amare quella di un altro. Questa gente si vanta di

un’amicizia che è tale solo di nome: sono ingannati da qualcosa che ne è solo la

scimmiottatura, non la possiedono nella realtà. Se poi, in un’amicizia del genere, cioè

sporcata dall’avarizia o disonorata dalla lussuria, si può sperimentare il sentimento,

pensa a quanta gioia in più si riversa su un’amicizia che quanto più è onesta tanto più è

sicura, quanto più è pura tanto più è gioiosa, quanto più è libera tanto più è felice.

Comunque, dal momento che a livello di sentimenti si avverte una certa somiglianza,

lasciamo pure per un momento che in base a questo fatto vengano chiamate amicizie

anche quelle che non sono vere, purché però esse vengano distinte con segni chiari e

certi da quella che è spirituale, e dunque vera.

Diciamo che l’amicizia può essere: carnale, mondana, spirituale. Quella carnale nasce

dalla sintonia nel vizio; quella mondana sorge per la speranza di un qualche guadagno:

quella spirituale si consolida fra coloro che sono buoni, in base ad una somiglianza di

vita, di abitudini, di gusti e aspirazioni .

L’amicizia carnale nasce dal solo sentimento, cioè da quel tipo di emotività che, come

una prostituta, allarga le gambe davanti a tutti quelli che le passano accanto, seguendo il

vagare di occhi e orecchi verso l’impurità. Da queste porte si intrufolano nella mente

immagini voluttuose, e si pensa che la felicità stia nel goderne a piacere, e che il

divertimento sia maggiore se si trova qualcuno con cui condividerlo. Si mettono allora

in moto gesti, segni, parole e adulazioni con cui un animo cerca di accattivare l’altro.

L’uno attizza il fuoco nell’altro fino a fondersi in una sola cosa. Una volta raggiunto

uno squallido accordo, arrivano a fare o a subire l’uno per l’altro qualsiasi cosa e si

convincono che non ci sia niente di più dolce e di più giusto di una simile amicizia:

“volere le stesse cose, rifiutare le stesse cose”, ritenendo così di obbedire alle leggi

dell’amicizia. Un’amicizia del genere non nasce da una scelta deliberata, non è messa

alla prova dal giudizio, non è diretta dalla ragione, ma è spinta qua e là sotto l’urgenza

disordinata del semplice sentimento. Una simile amicizia non osserva misura alcuna,

non cerca cose oneste, non si sforza di prevedere ciò che è utile e ciò che non lo è, ma si

butta su tutto in modo sconsiderato, imprudente, superficiale ed eccessivo. Così, come

agitata dalle furie, si autodistrugge e, con quella stessa leggerezza con cui era nata,

prima o poi si spegne.

L’amicizia mondana, invece, quella che nasce dal desiderio di cose o beni temporali, è

sempre piena di frodi e inganni. In essa niente è certo, niente è costante, niente è sicuro,

proprio perché tutto cambia col volgere della fortuna e… della borsa. Per questo sta

scritto: “C’è infatti chi è amico quando gli fa comodo, ma non resiste nel giorno della

tua sventura” (Sir 6,8). Se togli la speranza di guadagnare, subito sparirà anche l’amico.

Questa amicizia è stata ridicolizzata con versi eleganti: “Non della persona, ma della

prosperità è amico colui che la dolce fortuna trattiene, ma quella amara mette in fuga”.

Però, a volte, ciò che fa nascere questo tipo di amicizia viziosa conduce alcuni a un

certo grado di amicizia vera: mi riferisco a quelli che all’inizio, in vista di un guadagno

comune, contraggono un legame di fiducia reciproca che resta sì basato sul denaro

iniquo, ma almeno nelle cose umane raggiungono una grande sintonia. Però questa

amicizia non può in alcun modo essere ritenuta vera, dato che nasce e rimane fondata

solo sulla base di un vantaggio temporale.

L’amicizia spirituale, infatti, quella che noi chiamiamo vera, è desiderata e cercata non

perché si intuisce un qualche guadagno di ordine terreno, non per una causa che le

rimanga esterna, ma perché ha valore in se stessa, è voluta dal sentimento del cuore

umano, così che il “frutto” e il premio che ne derivano altro non sono che l’amicizia

stessa. Proprio come dice il Signore nel Vangelo: “Io ho scelto voi e vi ho costituiti

perché andiate e portiate frutto” (Gv 15,16), cioè perché vi amiate a vicenda (cfr. Gv

15,17). È infatti nell’amicizia stessa, quella vera, che si progredisce camminando, e si

coglie il frutto gustando la dolcezza della sua perfezione. L’amicizia spirituale nasce tra

i buoni per una somiglianza di vita, di abitudini, di aspirazioni, ed è una sintonia nelle

cose umane e divine, piena di benevolenza e di carità. Mi pare che questa definizione

basti a esprimere l’idea di amicizia, purché intendiamo il termine “carità” in senso

cristiano, cosicché si escluda dall’amicizia ogni vizio, e con “benevolenza” si intenda lo

stesso sentimento d’amore che proviamo interiormente insieme a una certa dolcezza.

Dove c’è un’amicizia di questo genere, vi è certamente “il volere e il rifiutare le stesse

cose”; cioè un sentire che è tanto più dolce quanto più è sincero, tanto più bello quanto

più è sacro, al punto che gli amici non possano neppure volere ciò che è male, o non

volere ciò che è bene. Un’amicizia così è guidata dalla prudenza, è retta dalla giustizia,

è custodita dalla fortezza, è moderata dalla temperanza. Di questo però parleremo più

avanti. Adesso dimmi se ho risposto in modo adeguato alla tua prima domanda, cioè

cos’è l’amicizia.

Giovanni: Quello che hai detto mi basta, e non mi sembra di avere altro da chiederti. Ma

prima di passare ad un altro punto, desidero sapere come nasce l’amicizia tra di noi.

Nasce dalla natura, o dal caso, o da una qualche necessità? È una legge insita al genere

umano? È la stessa esistenza che ci spinge a ricercarla?

 

L’origine, lo sviluppo dell’amicizia e la legge

Aelredo: Mi sembra che il sentimento di amicizia sia stato anzitutto impresso

nell’animo umano dalla stessa natura; l’esperienza poi lo ha sviluppato e, infine,

l’autorità della legge ne ha stabilito le regole. Dio, infatti, che è infinitamente buono e

potente, è un bene che basta a se stesso: è lui il proprio bene, la propria gioia, la propria

gloria, la propria beatitudine. Non ha bisogno di nient’altro all’infuori di sé, né di un

uomo, né di un angelo, né del cielo, né della terra, né di alcuna delle cose che vi si

trovano. Davanti a lui ogni creatura riconosce: Sei tu il mio Dio, perché non hai bisogno

dei miei beni. Non solo Dio basta a se stesso, ma è anche ciò che costituisce la pienezza

di tutti gli esseri: ad alcuni dà l’esistenza, ad altri la vita sensitiva, ad altri ancora

l’intelligenza, ed è lui la causa di tutto ciò che esiste, la vita di tutto ciò che è sensibile,

la sapienza di tutto ciò che è intelligente. Lui, che è il sommo bene, ha stabilito tutte le

cose, le ha disposte con ordine e armonia, ciascuna al suo posto, e le ha distinte e

distribuite ciascuna nel suo tempo definito. Ma volle pure, perché così stabilì la sua

eterna sapienza, che tutte le sue creature si armonizzassero nella pace, si unissero in

società, cosicché tutte traessero da lui, che è la perfetta unità, una qualche unità. Per

questo motivo non ha lasciato nella solitudine nessuna specie creata, ma di ogni

moltitudine ha saputo fare una sorta di corpo solidale.

Se vogliamo cominciare dalle cose insensibili, chiediamoci in quale terreno, o in quale

fiume, si trovi un’unica pietra di un solo tipo, o quale foresta abbia un unico albero di

una sola specie. Così, tra le stesse creature insensibili si nota una sorta di amore della

compagnia, dato che nessuna di queste creature è sola, ma è creata e mantenuta in

società con qualche altra della sua specie. E come descrivere in modo adeguato con

quale bellezza risplende nelle creature sensibili l’immagine dell’amicizia, della

compagnia e dell’amore? In molte cose le creature sensibili si rivelano irrazionali, ma

sotto questo aspetto imitano a tal punto l’animo umano da sembrare spinte dalla ragione.

Si inseguono, giocano tra di loro, esprimono e manifestano l’affetto che le lega con

movimenti e suoni, godono della reciproca compagnia con tale avidità e tanta gioia da

sembrare che non si curino d’altro che di vivere l’amicizia.

Anche riguardo alle creature spirituali, agli angeli, la divina sapienza ha agito in modo

che non ne fosse creato uno solo, ma moltitudini. Tra loro la piacevole compagnia e

l’amore perfetto creò una medesima volontà, un medesimo affetto, al punto che nessuno

poté sentirsi superiore o inferiore all’altro, e la carità dell’amicizia tolse spazio

all’invidia. Così la moltitudine eliminò la solitudine e la comunione della carità

aumentò in tutti la gioia.

Infine, quando creò l’uomo, per raccomandare con maggior forza il bene della

compagnia disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia

simile” (Gen 2,18). E la divina bontà non formò questo aiuto con una materia simile o

uguale, ma per esprimere in modo più chiaro la sua intenzione di favorire la carità e

l’amicizia, creò la donna dalla stessa sostanza dell’uomo. È bello che il secondo essere

umano venga tolto dal fianco del primo: così la natura vuole insegnarci che tutti gli

esseri umani sono uguali, quasi collaterali, e che nelle cose umane non c’è né superiore

né inferiore, il che costituisce l’essenza stessa dell’amicizia. Così, fin dal principio, la

natura stessa ha impresso nello spirito umano il desiderio dell’amicizia e della carità, un

desiderio che il sentimento interiore dell’amore presto intensificò dandogli un certo

gusto di dolcezza.

Ma dopo la caduta del primo uomo, quando con il raffreddarsi della carità subentrò nel

mondo l’avidità, che portò a preferire l’egoismo alla solidarietà, l’avarizia e l’invidia

offuscarono lo splendore dell’amicizia e della carità, e introdussero nei costumi ormai

corrotti dell’umanità contese, rivalità, odi e sospetti. Allora si cominciò a distinguere tra

carità e amicizia, avvertendo che l’amore era dovuto anche ai nemici e ai perversi, ma

essendo anche evidente che tra i buoni e i malvagi non poteva esserci alcuna comunione

di volontà e di propositi. L’amicizia, che all’inizio era vissuta, come la carità, da tutti e

con tutti, rimase confinata per legge naturale a pochi. Questi, vedendo come molti

violassero le leggi della lealtà e della solidarietà, si legarono tra di loro in un patto più

stretto di amore e di amicizia così da trovare, in mezzo ai mali che vedevano e pativano,

ristoro e quiete nella grazia dell’amore reciproco. Bisogna dire però che anche nelle

persone in cui la vita disonesta aveva cancellato ogni senso di virtù, la ragione, che in

essi non poteva spegnersi, lasciò in loro l’inclinazione verso l’amicizia e la compagnia,

al punto che le ricchezze non potevano piacere all’avaro, o la gloria all’ambizioso, o il

piacere al lussurioso, se non c’era qualcuno insieme al quale goderne. Anche tra le

persone peggiori, infatti, si strinsero legami detestabili, che vennero nascosti sotto il

nome dell’amicizia, ma che dovettero essere distinti da questa con giuste regole, per

evitare che, ingannati da una qualche somiglianza, quelli che cercavano l’amicizia vera

cadessero incautamente in quella sbagliata. Così l’amicizia, insita nella natura e

rafforzata dall’esperienza, è stata alla fine regolata dall’autorità della legge.

 

L’amicizia e la sapienza

È chiaro quindi che l’amicizia è naturale come la virtù, come la sapienza, e come tutte

quelle cose che, per la loro bontà naturale, sono da desiderare e da praticare per se

stesse. Tutti quelli che le posseggono, poi, sanno farne un buon uso, e nessuno ne abusa.

Giovanni: Scusami, ma non sono tanti quelli che abusano della scienza o ne traggono

motivo per vantarsi di fronte agli altri o si insuperbiscono o se ne servono in modo

affaristico e venale, così come altri usano la loro apparente bontà per far soldi?

Aelredo: Qui potrà risponderti sant’Agostino, che ha scritto: “Chi piace a se stesso piace

a uno stupido, perché è certamente uno stupido chi si compiace di sé”. Chi è stupido non

è sapiente, e chi non è sapiente, non avendo la sapienza, non sa di niente. Come

potrebbe dunque usare male la sapienza colui che sapiente non è? Allo stesso modo una

castità piena di superbia non è una vera virtù, perché la superbia, che è un vizio, rende

conforme a sé quella che era ritenuta una virtù, e perciò questa castità non è una virtù,

ma un vizio abilmente camuffato.

Giovanni: Ti dirò con franchezza che non mi sembra logico che tu abbia collegato la

sapienza con l’amicizia, dato che non è possibile fare alcun paragone tra le due.

Aelredo: Spesso le cose piccole e le grandi, le buone e le migliori, le deboli e le forti,

anche se non coincidono, vengono accostate, soprattutto quando si tratta di virtù: se è

vero che sussistono fra loro differenze di grado, ci sono però delle somiglianze che le

avvicinano. Per esempio, la vedovanza è vicina alla verginità, la castità coniugale è

vicina alla vedovanza, e anche se tra queste virtù c’è una grande diversità, tuttavia,

proprio perché sono virtù, si può stabilire tra loro un qualche rapporto. La continenza

coniugale non cessa di essere una virtù per il fatto che la castità vedovile sta su un

gradino più alto, e anche se la verginità scelta per amore è ancora migliore, non per

questo viene eliminata la bontà delle altre due.

Se fai bene attenzione a quanto ho detto dell’amicizia, troverai che essa è così vicina

alla sapienza, e ne è così piena, che potrei affermare senza timore che l’amicizia altro

non è che la sapienza.

Giovanni: Ti confesso che la cosa mi sorprende, e penso che non ti sarà facile

convincermi di quanto hai detto.

Aelredo: Hai dimenticato quello che dice la Scrittura? “Un amico vuol bene sempre”

(Pr 17,17). E ti ricordi quello che dice il nostro san Gerolamo: “Un’amicizia che può

finire non è mai stata un’amicizia vera”? Che poi l’amicizia non possa sussistere senza

la carità lo abbiamo dimostrato molto bene. Visto che l’amicizia è eterna, è fondata sulla

verità e vi si gusta la dolcezza della carità, come pensi che sia possibile escludere da

queste tre cose la sapienza?

Giovanni: Che discorso è questo? Allora posso dire dell’amicizia quello che l’apostolo

Giovanni, l’amico di Gesù, dice della carità, che cioè “Dio è amicizia”?

Aelredo: Veramente non si dice così. Questa espressione non la si trova nella Scrittura.

Però non esito ad applicare all’amicizia la frase dove l’apostolo Giovanni parla della

carità: “Chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1Gv 4,16). La cosa ti

apparirà ancora più chiara quando cominceremo a parlare dei frutti dell’amicizia. Ora,

se per quello che ha potuto fare la mia povera intelligenza, ho detto abbastanza su cosa

sia l’amicizia, rimandiamo ad altro momento l’esame degli altri punti che mi hai chiesto

di analizzare.

Giovanni: A dire il vero, per il desiderio che ho di ascoltarti, questo rinvio mi fa

davvero soffrire. Concludiamo, visto che è l’ora della cena. È poi non possiamo far

attendere gli altri, visto che devi ancora incontrarli.

 

LIBRO SECONDO

Il dialogo fra Aelredo e Marco

Aelredo: Vieni pure, fratello, dimmi per quale motivo, mentre io parlavo con altre

persone, te ne stavi seduto tutto solo, lontano da noi. Ti ho visto, guardavi da una parte e

dall’altra, ti passavi una mano sulla fronte, ti toccavi i capelli con le dita, a volte

mostravi sul volto il fastidio per qualcosa che non ti andava, manifestando chiaramente

la tua disapprovazione.

Marco: È vero. Come si può rimanere in pace tutto il giorno vedendo che certi “esattori

del faraone” godono abbondantemente della tua compagnia, mentre noi, a cui devi una

particolare dedizione, non riusciamo ad avere neanche un breve colloquio con te?

Aelredo: Dobbiamo trattare con tutti, anche con quelli che possono procurarci dei favori

o crearci dei guai. Però, ora che finalmente se ne sono andati, la serenità della solitudine

mi è tanto più gradita quanto più insopportabile era l’agitazione di prima. Si dice che “la

fame sia un ottimo condimento del cibo”! Il miele o qualsiasi altro aroma non rendono il

vino così gustoso quanto la sete rende desiderabile l’acqua. Questo incontro sarà per te

come un cibo o una bevanda spirituale tanto più gradita quanto più forte è stato il

desiderio che l’ha preceduto. Coraggio, dunque, e non esitare a dirmi tutto quello che

poco fa ti preparavi a far uscire dal tuo cuore agitato.

Marco: Certo che lo faccio. Se infatti mi lamentassi perché il tempo che quelli ci hanno

lasciato è troppo breve, ne perderei ancora di più. Dimmi per favore, se ancora lo ricordi

quello che una volta tu e Giovanni vi eravate detti a proposito dell’amicizia spirituale:

quali domande ti aveva fatto? A che punto eravate rimasti? Hai scritto qualcosa

sull’argomento?

Aelredo: Il ricordo del carissimo Giovanni, anzi, l’abbraccio costante del suo affetto mi

è sempre così presente che, anche se ora ci è stato tolto, nel mio cuore è più vivo che

mai. Lui è sempre con me. Più mi vedo splendere davanti l’intensità spirituale del suo

volto; più mi sorride la dolcezza dei suoi occhi; più le sue parole piene di gioia mi

danno un tale gusto che mi sembra di essere stato con lui in paradiso, o che lui stia

ancora conversando con me su questa terra. Sai però che sono passati molti anni da

quando ho perduto quel breve scritto in cui avevo fissato le sue domande e le mie

risposte a proposito dell’amicizia spirituale.

Marco: Lo so. Ma, per dir la verità, tutta la mia avidità e la mia impazienza nascono

proprio dal fatto che – come mi ha detto qualcuno – quello scritto è stato ritrovato e ti è

stato consegnato tre giorni fa. Ti prego, fammelo vedere! Non mi darò pace finché,

dopo averlo letto e dopo aver visto ciò che manca, potrò sottoporre all’esame della tua

attenzione paterna ciò che o la mia mente o un’ispirazione segreta mi suggeriranno di

chiederti: così tu potrai dire se dissenti da ciò che penso o se sei d’accordo, oppure

approfondire quei punti che lo richiedono.

 

I frutti dell’amicizia

Aelredo: Farò come desideri. Però voglio che tu legga da solo ciò che ho scritto, e che

non lo mostri in pubblico, perché ritengo che ci siano alcune cose da togliere, altre da

aggiungere, e sicuramente parecchi punti da correggere.

Marco: Sono qui per questo, tanto più avido di sapere quanto più dolce è stato il gusto

per le cose che ho letto sull’amicizia. Visto che ho già letto quanto hai magnificamente

esposto sulla natura dell’amicizia, vorrei che mi dicessi quali vantaggi procura a chi la

coltiva. Si tratta, infatti, come tu hai saputo dimostrare, di una cosa di grande

importanza. Sarà dunque tanto più forte il desiderio che ci spingerà a cercarla quanto

meglio ne conosceremo il fine e i frutti.

Aelredo: Non pretendo di riuscire a darti una spiegazione che sia all’altezza di un bene

così grande: nelle cose umane, infatti, non possiamo desiderare niente di più santo e di

più utile; niente è più difficile da trovare, niente si può sperimentare di più dolce e

niente è più ricco di frutti. L’amicizia, infatti, porta i suoi frutti nella vita presente e in

quella futura. L’amicizia dà gusto, con la sua soavità, a tutte le virtù, con la sua forza

seppellisce i vizi, addolcisce le avversità, modera la prosperità, così che senza un vero

amico quasi niente tra le cose umane può essere fonte di gioia. Un uomo senza amici è

come una bestia, perché non ha chi si rallegri con lui quando le cose gli vanno bene; non

ha chi condivida la sua tristezza nei momenti di dolore; gli manca uno con cui sfogarsi

quando la mente è angustiata per qualche preoccupazione, o qualcuno cui poter

comunicare qualche intuizione geniale o più luminosa del solito. Guai a chi è solo,

perché se cade non ha chi lo sollevi. Colui che è senza amici vive nella solitudine più

totale. E invece, quale felicità, quale sicurezza, quale gioia avere uno “con cui tu abbia

la libertà di parlare come a te stesso”, uno cui poter confidare senza timore i tuoi sbagli,

uno al quale poter rivelare senza arrossire i tuoi progressi nella vita spirituale, uno cui

affidare tutti i segreti e tutti i progetti del tuo cuore! Cosa può esserci di più gioioso

dell’unione di un animo con un altro, di due che diventano uno al punto che sparisce la

paura della prepotenza, o il timore indotto dal sospetto, e la correzione di uno non fa

soffrire l’altro, né la lode può essere presa come adulazione? Un amico, dice il Sapiente,

è una medicina per la vita.

Eccellente, davvero! Non c’è, infatti, in tutto quanto può capitarci in questa vita,

medicina migliore, più valida o più efficace per le nostre ferite, che l’avere un amico

che venga a dividere con noi i momenti di sofferenza e i momenti di gioia, così che

spalla a spalla, come dice l’Apostolo, portiamo gli uni i pesi degli altri, meglio, uno

sopporta più facilmente i propri mali che quelli dell’amico. L’amicizia, dunque, “rende

più splendida la buona sorte e più lievi le avversità condividendole e mettendole in

comune”. L’amico è veramente una medicina eccellente per la vita. Su questo

concordano anche i pagani, i quali dicevano: “molto spesso ci serviamo più dell’amico

che non dell’acqua o del fuoco” In ogni azione, in ogni progetto, nelle certezze e nei

dubbi, in qualsiasi evenienza, in qualsiasi occasione, in segreto e in pubblico, quando

abbiamo bisogno di un consiglio, in casa e fuori, dovunque, l’amicizia fa piacere,

l’amico è necessario, il suo aiuto è prezioso. Gli amici, come dice Cicerone, “sono

presenti anche se sono assenti, sono ricchi anche se poveri, sono forti anche se deboli e,

cosa ancor più difficile, anche se morti, vivono”. L’amicizia, quindi, è la gloria di chi è

ricco, la patria di chi è in esilio, la ricchezza di chi è povero, la medicina di chi è malato,

la vita di chi è morto, la grazia di chi è sano, la forza di chi è debole, il premio di colui

che è forte. Questo è l’onore, il ricordo, l’apprezzamento e il rimpianto che si

accompagna agli amici, a coloro la cui vita ci appare degna di lode, e la morte preziosa.

Ma c’è ancora una cosa che supera tutte le precedenti: l’amicizia è a un passo dalla

perfezione che consiste nell’amore e nella conoscenza di Dio, cosicché un uomo, in

virtù dell’amicizia che ha verso un altro uomo, diventa veramente amico di Dio,

secondo quanto dice il Signore nel Vangelo: “Non vi chiamo più servi, ma amici”.

Marco: Devo confessarti che le tue parole mi commuovono e accendono nel mio animo

un desiderio di amicizia così grande da credere che non riuscirei a vivere qualora mi

mancasse la ricchezza di un bene così grande. Però vorrei che tu mi spiegassi più

ampiamente quest’ultima cosa che hai detto, e che mi ha toccato a tal punto da

strapparmi quasi dalla realtà terrena, cioè che l’amicizia costituisce il gradino più alto

verso la perfezione. È una fortuna che sia entrato proprio in questo momento Luca, lui

che a ragione potremmo definire “discepolo dell’amicizia”, visto che il suo impegno

costante è quello di “essere amato e di amare”. È un bene che sia qui, perché non gli

capiti che, avido com’è di amicizie, e ingannato da ciò che ne è solo una parvenza,

prenda per vera un’amicizia che è falsa, oppure per solida una che è fragile o per

spirituale un’amicizia che è del tutto carnale.

Luca: Ti ringrazio per la tua cortesia, fratello, dato che mi concedi di prender parte a

questo incontro spirituale, pur non essendo stato invitato. Anzi, a dire il vero mi sono

inserito nel vostro discorso senza neanche chiedere il permesso. Devo ammettere che, se

mi hai chiamato sul serio, e non per scherzo, “discepolo dell’amicizia”, avrei dovuto

essere invitato qui fin dall’inizio della conversazione, così non sarei stato costretto a

tradire la mia avidità, vincendo la mia riservatezza. Ma tu, padre, continua la tua

esposizione, e metti sulla tavola qualcosa per me: anche se non potrò “mangiare” come

Marco che, dopo aver divorato chissà quanti piatti, ora fa lo schizzinoso e sembra

volermi offrire solo i suoi resti, avrò almeno qualche briciola.

 

L’amicizia: un gradino verso Dio

Aelredo: Non avere di questi timori, perché sul bene dell’amicizia abbiamo ancora tante

cose da dire che, se una persona saggia volesse proseguire il discorso, ti accorgeresti che

quanto ho detto fin qui è poca cosa.

Ora, in breve, in che modo l’amicizia costituisce un gradino che porta all’amore e alla

conoscenza di Dio? Nell’amicizia, non può esserci niente di disonesto, niente che sia

finto o simulato, in essa tutto è puro, spontaneo e vero. Questa è proprio la caratteristica

della carità. La qualità particolare dell’amicizia risplende nel fatto che fra coloro che

sono uniti nel vincolo dell’amicizia tutto è fonte di gioia, tutto dà una sensazione di

sicurezza e di dolcezza. In nome della carità perfetta noi amiamo molti che ci sono di

peso e ci fanno soffrire: ci occupiamo di loro in tutta onestà, senza finzioni o

simulazioni, ma con sincerità e buona volontà, e però non li ammettiamo nell’intimità

della nostra amicizia. Nell’amicizia, invece, si ricongiungono l’onestà e la dolcezza, la

verità e la gioia, l’amabilità e la buona volontà, il sentimento e l’azione. Tutte queste

cose vengono da Cristo, maturano grazie a lui, e in lui raggiungono la perfezione.

Dunque non è troppo impervio né innaturale il cammino che, partendo da Cristo che

ispira in noi l’amore con cui amiamo l’amico, sale verso di lui che ci offre se stesso

come amico da amare: cosi si aggiunge meraviglia a meraviglia, dolcezza a dolcezza,

affetto ad affetto.

 

I VARI TIPI DI AMICIZIA: I TRE BACI

L’amico, dunque, che nello spirito di Cristo entra in sintonia con un altro amico, diventa

con lui un cuor solo e un’anima sola, e così, salendo insieme i diversi gradini dell’amore

fino all’amicizia di Cristo, diventa un solo spirito con lui in un unico bacio. Questo era

il bacio che un’anima santa desiderava quando diceva: “Mi baci con il bacio della sua

bocca”. Consideriamo adesso le caratteristiche di questo bacio carnale, per poter passare

dalle cose carnali a quelle spirituali, da quelle umane a quelle divine. La vita dell’uomo

si sostenta con due alimenti: il cibo e l’aria. Senza il cibo si può sopravvivere per un

po’, ma senza l’aria neanche un’ora. Per vivere, con la bocca inspiriamo aria e la

espiriamo. E ciò che viene inspirato o espirato lo chiamiamo “spirito”, o “fiato”. Per

questo diciamo che in un bacio due fiati si incontrano, si mischiano e si uniscono. Da

qui nasce una sensazione gradevole che stimola il sentimento di quelli che si baciano e

li stringe l’uno all’altro. C’è dunque un bacio corporale, un bacio spirituale e un bacio

intellettuale. Il bacio corporale si fa unendo le labbra, il bacio spirituale unendo gli

animi, il bacio intellettuale con l’infusione della grazia mediante lo Spirito di Dio.

 

Il bacio corporale

Il bacio corporale si deve dare e ricevere solo a certe condizioni che lo rendono onesto:

per esempio, come segno di riconciliazione, quando due che prima erano nemici

ridiventano amici; come segno di pace, quando coloro che stanno per ricevere

l’Eucaristia esprimono esternamente col bacio la pace che hanno nel cuore; come segno

di amore, tra lo sposo e la sposa, oppure tra amici che si incontrano dopo una lunga

assenza; come segno dell’unità cattolica, come si usa fare quando si riceve un ospite.

Ma come molti usano cose buone per natura – come l’acqua, il fuoco, il ferro, il cibo e

l’aria – per farne strumento della propria cattiveria o della propria voluttà, così persone

perverse e turpi si servono di questo bene, voluto dalla legge naturale per esprimere le

cose di cui abbiamo parlato, per addolcire in qualche modo i loro misfatti, sporcando il

fatto stesso del baciare in modo così vergognoso che un bacio del genere non è che

adulterio. Ogni persona onesta si rende conto di quanto sia detestabile e odioso un

simile bacio, che deve essere evitato e rifiutato.

 

Il bacio spirituale

Viene ora il bacio spirituale, caratteristico di quegli amici che sono legati dalla vera

legge dell’amicizia. Non è un contatto della bocca, ma un sentimento del cuore; non è

un congiungere le labbra, ma un fondere gli spiriti, e lo Spirito di Dio che rende pura

ogni cosa infonde con la sua presenza il gusto delle realtà celesti. Non troverei

sconveniente chiamare questo bacio il bacio di Cristo, perché in realtà è lui che lo dà,

non direttamente con la sua bocca, ma con quella dell’amico, ed è lui che ispira in quelli

che si amano quell’infinito affetto che li fa sentire uniti al punto da sembrar loro che in

corpi diversi abiti una sola anima, fino a dire con il Profeta: “Come è bello e gioioso

stare insieme come fratelli”.

 

Il bacio intellettuale

Allora l’animo abituato a questo bacio, sapendo che tutta questa dolcezza viene da

Cristo, si trova a riflettere e a dire: “Se venisse lui, in persona!”, e così desidera il bacio

intellettuale, e con tutto la forza del desiderio dice: “Baciami con i baci della tua bocca”,

e allora, calmati gli affetti terreni, e assopiti gli affanni e i desideri di questo mondo,

troverò la mia gioia solo nel bacio di Cristo, e mi riposerò nel suo abbraccio, e dirò al

colmo della felicità: “La sua sinistra mi sostiene il capo, e la sua destra mi abbraccia”.

Luca: Mi pare che un’amicizia così non sia comune, né assomiglia a quella che noi di

solito immaginiamo e vediamo. Non so cosa ne pensi Marco; per conto mio ho sempre

ritenuto che l’amicizia non sia altro che un’identità di vedute tra due persone, così che

uno non voglia quello che non vuole l’altro, ma ci sia una tale sintonia nella buona e

nella cattiva sorte che quello che uno possiede, vita, ricchezza, onore o qualsiasi altra

cosa, sia condiviso con l’altro perché ne usi secondo il suo desiderio.

Marco: Ricordo di aver imparato cose molto diverse dal primo dialogo: è stata proprio

la definizione dell’amicizia che là è stata data che ha suscitato in me il grande desiderio

di riesaminare tutto con maggiore profondità, per vedere quali frutti produca. Visto che

su questo sappiamo già abbastanza, dobbiamo proporci di determinare quali siano i

limiti dell’amicizia e fin dove possa arrivare, anche perché ci sono pareri diversi in

proposito. Ci sono alcuni che ritengono di dover aiutare l’amico anche contro la lealtà,

contro l’onestà e contro il bene comune o privato. Altri ritengono che, fatta eccezione

per la lealtà, tutto il resto sia permesso. Altri ancora pensano che, per l’amico, uno

debba disprezzare il denaro, rifiutare gli onori, subire l’inimicizia dei potenti, accettare

anche l’esilio se è il caso, perfino perdere la faccia in azioni turpi e disoneste, purché

non ne venga un danno alla collettività o non si rovini un altro contro il lecito. C’è

anche chi pone in questo la meta dell’amicizia: provare per l’amico gli stessi sentimenti

che uno prova per se stesso. Altri credono di soddisfare alle esigenze dell’amicizia

ricambiando ogni volta il favore o il servizio ricevuto dall’amico. Questa nostra

conversazione mi ha fatto capire che non si può accettare nessuna di queste opinioni.

Quindi ti prego di fissare per l’amicizia dei confini che siano certi, soprattutto per il

nostro Luca, perché non capiti che, volendo fare il bene, finisca incautamente col

comportarsi male.

Luca: Ti sono grato per la sollecitudine che hai nei miei confronti; potrei anche

restituirti subito il favore, se non me lo impedisse la voglia di imparare. Allora

ascoltiamo insieme quale può essere la risposta alle tue domande.

Aelredo: Un confine preciso all’amicizia è stato posto da Cristo stesso, quando ha detto:

“Nessuno ha un amore più grande di chi offre la sua vita per gli amici”. Ecco fino a

dove deve tendere l’amore tra gli amici: che siano disposti a morire l’uno per l’altro. Vi

basta?

Luca: Dato che non può esserci amicizia più grande, perché non dovrebbe bastare?

Marco: Diremo allora che, se dei malviventi o dei pagani sono d’accordo nel perpetrare

crimini e malvagità e si amano a tal punto da essere disposti a morire l’uno per l’altro,

sono arrivati al vertice dell’amicizia?

Aelredo: Nemmeno per sogno: non può esserci amicizia tra malviventi.

Luca: Allora, per favore, spiegaci tra quali persone l’amicizia può nascere e durare per

sempre.

 

Tra chi può nascere l’amicizia

Aelredo: Te lo dico subito. Può nascere tra i buoni, progredire tra i migliori, raggiungere

la perfezione tra i perfetti. Fino a quando uno si compiace volutamente nel fare il male,

o propone a gente onesta cose disoneste, finché preferisce il piacere alla purezza, la

temerarietà alla moderazione, l’adulazione alla correzione, come potrà costui anche solo

aspirare all’amicizia, dal momento che essa nasce dalla stima per la virtù? Sarebbe

difficile, anzi impossibile, gustarne anche solo gli inizi se non se ne conosce l’origine. È

un amore sporco e indegno del nome di amicizia, quello in nome del quale si esige

qualcosa di turpe dall’amico che, non avendo ancora vinto le sue debolezze, è spinto

dalla necessità a fare qualsiasi cosa illecita gli venga proposta o imposta. Per questo va

decisamente rifiutata l’opinione di quelli che ritengono si possa fare per l’amico

qualcosa che vada contro la lealtà e l’onestà. Non c’è nessuna scusa per il peccato,

anche se è stato fatto per amore di un amico. Il nostro progenitore Adamo avrebbe fatto

molto meglio a rimproverare alla moglie la sua superbia piuttosto che assecondarla

nell’appropriarsi di ciò che era proibito.

I servi del re Saul furono molto più fedeli al loro signore rifiutando di eseguire il suo

ordine di spargere sangue di quanto non lo fu Doeg l’Idumeo che, fattosi interprete della

crudeltà del re, uccise con mano sacrilega i sacerdoti del Signore. Anche Ionadab,

l’amico di Amon, avrebbe fatto meglio a impedire all’amico l’incesto piuttosto che

indicargli come impadronirsi di ciò che desiderava. La virtù d’amicizia non può scusare

neppure gli amici di Assalonne che, unendosi a lui nella rivolta, presero le armi contro

la collettività. E per parlare di cose a noi contemporanee, ha fatto molto meglio Ottone,

cardinale della Chiesa romana, ad allontanarsi da Guido, che pure gli era molto amico,

di quanto non abbia fatto Giovanni, che ha aderito a uno scisma tanto grave per

l’amicizia che lo legava a Ottaviano. Vedete, dunque, che l’amicizia non può sussistere

se non tra chi è buono.

Marco: Ma allora noi cosa abbiamo a che fare con l’amicizia, visto che proprio buoni

non siamo?

Aelredo: Quando dico “buono” non intendo dare alla parola un senso assoluto come

fanno quelli che ritengono buono solo chi ha raggiunto la perfezione. Dico che è buono

quell’uomo che, secondo le capacità della nostra comune natura, vivendo in questo

mondo con sobrietà, giustizia e pietà non chiede niente di disonesto ad alcuno né, se

richiesto, si presta a fare qualcosa di male. Tra persone così non esito a dire che

l’amicizia può nascere, conservarsi e giungere a perfezione. Ma quelli che, purché sia

rispettata la fedeltà all’amico e sia evitato un danno alla collettività o una lesione

dell’altrui diritto, si prestano ad assecondare le voglie dei loro amici, non li chiamerei

sciocchi quanto piuttosto insensati: hanno riguardo per gli altri, ma non per se stessi; si

danno da fare per la reputazione altrui, e mettono miseramente a repentaglio la propria.

 

L’amicizia fra sollecitudini e preoccupazioni

Marco: Quasi quasi sono d’accordo con quelli che dicono che bisogna guardarsi

dall’amicizia, perché comporta innumerevoli affanni e preoccupazioni, non è priva di

timori, e porta con sé molte sofferenze. Abbiamo già tanti problemi per conto nostro, è

imprudente, dicono alcuni, legarsi agli altri al punto da essere coinvolti in tanti affanni,

afflizioni e fastidi. Inoltre ritengono che niente sia più difficile del conservare per

sempre l’amicizia, e, d’altra parte, sarebbe molto brutto iniziare un’amicizia per poi

vederla tramutata in odio. Per questo pensano che sia meglio legarsi ad una persona,

mantenendo la libertà di poterla abbandonare in ogni momento; insomma, “tenere

sciolte le briglie dell’amicizia in modo da poterle tirare o allentare a piacere”.

Luca: Avremmo proprio faticato per niente allora, tu a parlare e noi ad ascoltare, se il

nostro desiderio di amicizia svanisse con tanta facilità, dopo che tu in tanti modi ce l’hai

raccomandata come cosa estremamente utile e santa, tanto gradita a Dio e tanto vicina

alla perfezione. Lasciamo pure questa opinione a chi desidera amare oggi in modo tale

da esser libero di odiare domani; a chi vuole essere amico di tutti senza essere fedele a

nessuno; a chi oggi è pronto alla lode e domani all’insulto; oggi a coccolare e domani a

mordere; a chi un giorno regala baci e il giorno dopo insulti: questa amicizia si compra

per pochissimo, e basta un’offesa da niente per farla svanire.

Marco: Credevo che le colombe fossero prive di fiele. Comunque, spiegaci come si può

confutare questa opinione che dispiace tanto a Luca.

Aelredo: C’è una magnifica risposta in Cicerone: “Tolgono il sole dal mondo quelli che

tolgono l’amicizia dalla vita, poiché non abbiamo da Dio niente di meglio, niente che ci

renda più felici”. Non è per niente saggio rifiutare l’amicizia per evitare le sollecitudini

e gli affanni e liberarsi dal timore, quasi che ci sia una qualche virtù che possa essere

acquistata e conservata senza impegno. Forse che in te la prudenza riesce a lottare

contro gli errori, o la temperanza contro l’impurità, o la giustizia contro la malizia senza

che tu debba fare una grande fatica? Dimmi chi, soprattutto nell’adolescenza, riesce a

custodire la sua purezza, o a frenare l’istinto che fa follie dietro tante voglie, senza

grande sofferenza? Sarebbe stato stolto dunque l’apostolo Paolo, visto che non volle

vivere libero dalla sollecitudine per gli altri, ma, spinto dalla carità, che era per lui la

virtù più grande, si fece debole con i deboli, e sofferente con chi soffriva. E in più aveva

nel cuore una grande tristezza, una pena continua per quelli che erano suoi fratelli

secondo la carne.

Avrebbe dovuto abbandonare la carità se avesse voluto vivere senza tanti dolori e paure,

ora per partorire di nuovo quelli che aveva generato alla fede; curando i suoi come una

madre, rimproverando come un maestro; ora con la paura che la loro mente si potesse

corrompere e allontanare dalla fede; ora lottando per la loro conversione con tanto

dolore e piangendo per quelli che non volevano convertirsi. Vedete dunque come

eliminano dal mondo le virtù quelli che vogliono evitare la fatica che le accompagna.

Forse fu stolto Cusai l’Archita quando, fedele fino in fondo all’amicizia che aveva nei

confronti di Davide, preferì l’affanno alla tranquillità e scelse di condividere la

sofferenza dell’amico piuttosto che tuffarsi nelle gioie e negli onori offerti dal parricida?

Ritengo che non siano uomini, ma bestie, quanti pensano che l’ideale sia vivere senza

dover consolare nessuno, senza essere di peso o causa di dolore per gli altri; senza trarre

gioia alcuna dal bene degli altri, né amareggiarli con i propri possibili sbagli; stando

bene attenti a non amare nessuno né curandosi di essere amati da qualcuno. Non mi

sogno neanche di pensare che amino davvero quelli che reputano l’amicizia un affare:

dicono di essere amici, ma solo con le labbra, quando hanno la speranza di qualche

vantaggio materiale, oppure quando cercano di fare dell’amico uno strumento per

qualsiasi infamia.

 

Le amicizie false e le amicizie autentiche

Marco: Visto che sono molti quelli che si lasciano ingannare da quella che è solo

un’amicizia apparente, mostraci, per favore, quali amicizie dobbiamo evitare, e quali

invece desiderare, coltivare e conservare.

Aelredo: Una volta chiarito che l’amicizia non può sussistere se non fra i buoni,

dovrebbe esserti facile capire che non si deve accettare alcuna amicizia che non si

addica a chi è buono.

Luca: Ma si dà il caso che nel discernere ciò che conviene da ciò che non conviene noi

ci perdiamo nella nebbia.

Aelredo: Farò come volete, e dirò in breve quali, fra le amicizie che ci si presentano, si

debbano evitare. C’è un’amicizia puerile, suscitata da un sentimento capriccioso: si

offre a chiunque le passi accanto, non conosce ragione né equilibrio; non valuta né

l’utilità che può offrire né il danno che può arrecare. Questo sentimento per un po’ ti

sconvolge, crea un legame fortissimo che attrae in modo seducente. Ma il sentimento

senza la ragione è un moto puramente istintivo, pronto a qualsiasi manifestazione

illecita, anzi incapace di distinguere tra il lecito e l’illecito. E se è vero che per la

maggior parte di noi il sentimento precede l’amicizia, tuttavia lo si deve seguire solo a

patto che sia guidato dalla ragione, moderato dall’onestà e dalla giustizia. Quindi,

questa amicizia, che abbiamo definito puerile perché è soprattutto nei ragazzi che

domina il sentimento, visto che è inaffidabile, instabile e frammista ad affezioni impure,

deve essere sempre evitata da quelli che sono affascinati dalla bontà dell’amicizia

spirituale.

Questa non è un’amicizia, ma piuttosto il veleno dell’amicizia, dato che in essa non si

può mai conservare la giusta misura di quell’amore che lega un animo all’altro, infatti,

quella onestà di fondo che anch’essa possiede è offuscata e corrotta dalla passionalità;

cosi, abbandonato lo spirito, si è trascinati verso desideri impuri. Per queste ragioni

l’amicizia spirituale deve avere come base iniziale la purezza dell’intenzione, la guida

della ragione e il freno della temperanza. La gioia profonda che si aggiungerà ad esse

sarà certamente sperimentata come dolcezza, senza per questo cessare di essere un

affetto ordinato.

Un altro tipo di amicizia è quello che unisce i malvagi per la somiglianza dei

comportamenti: di questa non parlo proprio, perché, come ho già detto, non è neppure

degna del nome di amicizia. C’è inoltre un’amicizia che si accende per la speranza di un

qualche guadagno, e molti ritengono che proprio per questo motivo debba essere

desiderata, coltivata e conservata. Se questo fosse vero, quante persone verrebbero

escluse da un amore di cui pure sono veramente degni, solo perché non hanno niente,

non possiedono niente, e non possono sperare di ottenere alcun vantaggio materiale. Se

però metti tra i vantaggi il consiglio quando sei nel dubbio, la consolazione quando

soffri per qualche avversità, e altre cose del genere, questo è sicuramente quello che uno

ha il diritto di aspettarsi da un amico, ma sono cose che devono seguire l’amicizia, non

precederla. Davvero si può dire che non ha ancora imparato cosa sia l’amicizia chi va

alla ricerca di una ricompensa che non sia l’amicizia stessa. Una ricompensa che sarà

piena per chi ha coltivato l’amicizia, quando essa, interamente trasfigurata da Dio,

porterà alla gioia della contemplazione di lui quelli che prima ha unito.

 

L’amicizia come premio a se stessa

Anche se l’amicizia fedele dei buoni porta con sé tante cose buone, sono sicuro che non

è dai vantaggi che nasce l’amicizia, ma il contrario. Non penso che la generosità con cui

Barzillai il galaadita accolse Davide che fuggiva dal figlio parricida, gli diede assistenza

e lo trattò da amico, abbia fatto nascere l’amicizia fra quei grandi uomini. Piuttosto

questi favori manifestarono ciò che già c’era. Non c’è nessuno, infatti, che osi pensare

che prima di quell’occasione il re possa aver avuto bisogno di quell’uomo. D’altra parte,

che lui, già molto ricco, non si aspettasse niente in cambio di quello che aveva fatto per

il re, risulta chiaro quando si considera che, essendogli state offerte tutte le ricchezze

della città, non volle accettare niente, accontentandosi delle sue cose. Lo stesso

possiamo dire del legame stupendo fra Davide e Gionata, reso perfetto non dalla

speranza di un futuro vantaggio, ma dall’ammirazione per la virtù, anche se poi ne

venne una grande utilità ad entrambi, poiché per l’impegno di uno fu risparmiata

all’altro la vita e per la bontà del primo non fu distrutta la discendenza del secondo.

 

Riepilogo

Poiché dunque nei buoni è sempre l’amicizia che viene prima dei vantaggi, si può dire

con certezza che la nostra gioia non nasce tanto dal vantaggio che ci viene procurato

dall’amico, ma dal suo amore. Giudicate voi, ora, se basta quanto ho detto sul frutto

dell’amicizia, se sono stato chiaro nel precisare tra quali persone essa può nascere,

conservarsi e giungere a perfezione, se sono riuscito a smascherare quelle forme di

adulazione che s’ammantano falsamente del nome di amicizia e se sono stato preciso

nell’indicare le mete cui deve tendere l’amore tra gli amici.

Marco: Non mi pare che tu abbia approfondito bene quest’ultimo punto.

Aelredo: Ricorderete, credo, come ho confutato l’opinione di quelli che affermano che

l’amicizia possa congiungere le persone anche nel crimine, e anche di quelli che

ritengono si possa giungere fino all’esilio e a qualsiasi nefandezza purché non ne

vengano danni a terze persone. E a dire il vero ho confutato anche quelli che misurano

l’amicizia in base ai vantaggi ottenuti. Invece non ho ritenuto neppure degne di essere

menzionate due delle opinioni riferite da Marco.

Non c’è infatti idea più goffa che intendere l’amicizia come un rendere esattamente

all’amico il servizio e gli elogi ricevuti da lui, quando invece tutto tra loro deve essere

comune, dato che sono un cuor solo e un’anima sola. Ed è anche brutta e sbagliata l’idea

che uno debba provare per l’amico gli stessi sentimenti che prova per sé, quando invece

ciascuno dovrebbe avere di sé un’umile opinione e una stima altissima per l’amico.

Dopo aver respinto come falsi questi confini dell’amicizia, ho scelto di fissare il vero

confine ricavandolo dalle parole del Signore che dice che per gli amici non si deve

arretrare neppure davanti alla morte. Tuttavia, affinché non si pensi che, se dei malvagi

arrivassero a morire l’uno per l’altro avrebbero per ciò stesso raggiunto la vetta

dell’amicizia, ho precisato tra chi essa può nascere e giungere alla perfezione. Quanto a

quelli che ritengono di doverla evitare per le molte preoccupazioni che comporta, ho

concluso che sono semplicemente stolti. Infine ho mostrato in modo sommario da quali

amicizie i buoni devono stare lontani. Da ciò che si è detto appare chiaro quali siano i

confini certi e veri dell’amicizia spirituale: niente cioè si deve negare all’amico, tutto si

deve sopportare per l’amico, anche la perdita della vita del corpo, che l’autorità del

Signore ha stabilito si debba offrire per chi si ama. D’altra parte, poiché la vita

dell’anima è di gran lunga più preziosa di quella del corpo, ritengo che all’amico si

debba assolutamente negare ciò che può portare alla morte dell’anima, il che poi altro

non è che il peccato, che separa Dio dall’anima, e l’anima dalla vita. Per quanto

riguarda il resto, non c’è il tempo per spiegare quale misura vada osservata, e con quale

cautela ci si debba comportare in ciò che si deve fare per l’amico o sopportare per lui.

Luca: Ammetto che Marco mi è stato di grande aiuto. Provocato dalle sue domande, hai

riassunto in un breve sommario il succo di tutto il discorso e ce l’hai tratteggiato

perfettamente dinanzi agli occhi. Ora, per favore, continua a spiegarci quale misura

vada osservata nei servizi che rendiamo agli amici e con quale cautela debba essere

messa in atto.

Aelredo: Queste, e tante altre cose abbiamo da dire sull’amicizia. Però è tardi, voi stessi

vedete che quelli che sono appena arrivati ci aspettano con impazienza perché hanno

altri interessi.

Marco: Me ne vado, ma di malavoglia. Sta sicuro che tornerò domani, non appena ne

avrò l’occasione. Spero che Luca venga presto domani mattina, così non potrà accusarci

di essere pigri e neppure noi dovremo rimproverargli il ritardo.

 

LIBRO TERZO

La scelta degli amici e la pratica dell’amicizia

Aelredo: Tu da dove vieni? E per cosa sei venuto qui?

Luca: Sai bene perché sono qui.

Aelredo: C’è anche Marco?

Luca: Questo è affar suo. Oggi non potrà certamente accusarci di essere in ritardo.

Aelredo: Vuoi che continuiamo il nostro discorso?

Luca: Sono certo che Marco verrà. Credo anche che la sua presenza sia necessaria,

perché ha una sensibilità che ne rende l’intuito più acuto. E poi sa fare domande

intelligenti e ha una memoria migliore della mia.

Arriva Marco.

Aelredo: Hai sentito, Marco? Luca ti stima più di quanto tu non pensassi.

Marco: E come non potrebbe essere mio amico, lui che lo è di tutti? Bene, visto che ora,

memori della tua promessa, siamo qui tutti e due, non sprechiamo tempo prezioso.

Aelredo: La fonte e l’origine dell’amicizia è l’amore, poiché ci può essere amore senza

che ci sia amicizia, ma non ci può mai essere amicizia senza amore. L’amore, a sua

volta, nasce o dalla natura, o dal dovere, o dalla sola ragione, o dal solo sentimento, o da

queste cose insieme. Per natura, ad esempio, la madre ama il figlio. Per dovere, a

motivo di qualche cosa che si dà o si riceve, ci si lega con un affetto particolare. È in

nome della ragione che amiamo i nemici, non certo per una spontanea inclinazione del

cuore; per obbedire a un comandamento. Ci muove solo il sentimento, invece, quando

siamo attratti verso qualcuno solo per le qualità fisiche, come la bellezza, la forza, la

capacità nel parlare. C’è infine un amore che trae origine dalla ragione e dal sentimento

insieme, ed è quando, persuasi dalla ragione ad amare qualcuno a motivo delle sue virtù,

ci sentiamo ancora più attratti verso di lui per l’amabilità del comportamento e per la

simpatia di una vitalità più ricca: così la ragione si unisce al sentimento, e l’amore che

ne deriva è reso puro dalla ragione, dolce dal sentimento. Quale di queste forme di

amore vi sembra corrisponda meglio all’idea di amicizia?

Marco: Sicuramente quest’ultima, che ha alla base la contemplazione delle virtù, e come

perfezionamento l’amabilità dei modi. Però vorrei sapere se dobbiamo accogliere nel

dolce segreto dell’amicizia tutti quelli che amiamo in questo modo.

 

L’amore di Dio è il fondamento della vera amicizia

Aelredo: Si deve prima stabilire qual è il fondamento sicuro da cui l’amore spirituale

trae i principi che lo regolano. Così, chi vuol raggiungere in modo diretto le vette di

questo amore, userà la massima cautela per non trascurare o andar oltre il fondamento

stesso. Questo fondamento è l’amore di Dio: ad esso bisogna riportare tutto quanto

l’amore o il sentimento suggeriscono, tutto quello che un’ispirazione ci sussurra nel

segreto o un amico propone apertamente; e si deve stare molto attenti perché tutto ciò

che si fa si trovi in sintonia con il fondamento, e tutto ciò che se ne discosta venga

ricondotto al modello base e sia subito corretto a partire dalle caratteristiche del modello

stesso. Non siamo tenuti, comunque, ad accogliere nella nostra amicizia tutti quelli che

amiamo, perché non tutti ne sono capaci. L’amico, infatti, è lo sposo dell’anima tua, e tu

unisci il tuo spirito al suo, coinvolgendoti al punto da voler diventare con lui una cosa

sola; a lui ti affidi come a un altro te stesso, niente gli nascondi e nulla hai da temere da

lui. Se si ritiene che qualcuno sia adatto a tutto questo, bisogna prima sceglierlo, poi

metterlo alla prova e infine accoglierlo. L’amicizia, infatti, deve essere stabile, quasi

un’immagine dell’eternità stessa, e rimanere costante nell’affetto. Per questo non

dobbiamo seguire impressioni vaghe, e in base ad esse mutare continuamente gli amici

in modo infantile – Nessuno è più detestabile di colui che offende e tradisce l’amicizia;

niente tormenta tanto l’animo quanto l’essere abbandonato o combattuto da un amico.

Per questo bisogna mettere la massima cura nello scegliere un amico, e usare

un’estrema cautela nel metterlo alla prova. Però una volta che lo si è accolto, va

tollerato, trattato e seguito in modo tale che, se non si allontana in modo irrevocabile dal

fondamento che noi conosciamo, lui sia a tal punto tuo, e tu suo, nelle cose del corpo

come in quelle dello spirito, che niente venga a dividere gli animi, gli affetti, le volontà

e le idee.

 

I quattro gradini

Dunque sono quattro i gradini che ci fanno salire alla perfezione dell’amicizia: il primo

è la scelta, il secondo è la prova, il terzo è l’accoglienza, il quarto è “l’accordo sommo

nelle cose divine e umane accompagnato da carità e benevolenza”.

Marco: Ricordo che nel tuo primo discorso, quello con il tuo carissimo Giovanni, hai

spiegato bene questa definizione; ma siccome dopo hai discusso di molti generi di

amicizia, vorrei sapere se essa li comprende tutti.

Aelredo: Poiché la vera amicizia può sussistere solo tra i buoni, coloro cioè che non

possono né vogliono fare alcunché contro la lealtà e l’onestà, è chiaro che tale

definizione non riguarda qualunque tipo di amicizia, ma solo quella che può essere

chiamata vera.

Luca: E perché non accettare anche la definizione che, prima del dialogo di ieri, mi

piaceva molto, cioè l’amicizia come accordo nelle cose che si vogliono o non si

vogliono?

Aelredo: Certo, anche questa può andar bene, purché essa unisca due persone che hanno

abitudini buone, una vita equilibrata e degli affetti ordinati.

Marco: Sarà Luca a valutare se questi requisiti sono presenti sia in lui che nel suo

amico, così da poter vivere con lui in unione di volontà, non concedendo a se stesso o

all’altro niente che sia ingiusto, o disonesto, o indecoroso. Però adesso ci interessa

sentire la tua opinione sui quattro gradini di cui hai parlato.

 

LA SCELTA DELLAMICO E I TEMPERAMENTI DIFFICILI

Aelredo: Parliamo per prima cosa della scelta. Ci sono certi difetti che

impediscono, a chi vi si trova impegolato, di osservare con costanza le regole e

i diritti dell’amicizia. Chi è così non deve essere scelto con leggerezza come

amico. Se però ci sono in queste persone altri aspetti della vita e del

comportamento che piacciono, allora si deve fare ogni sforzo per aiutarli così da

renderli idonei all’amicizia. Sto parlando di coloro che per carattere sono

irascibili, instabili, sospettosi e chiacchieroni.

Gli irascibili

È difficile infatti che uno, spesso sconvolto dall’ira, non se la prenda un giorno o

l’altro anche contro l’amico, come è scritto nel Siracide: “C’è anche l’amico che si

cambia in nemico e scoprirà a tuo disonore i vostri litigi” (Sir 6,9). Per cui la

Scrittura dice: “Non ti associare a un collericoe non praticare un uomo iracondo,

per non imparare i suoi costumi e procurarti una trappola per la tua vita” (Pr

22,24-25). E Salomone dice: “L’ira alberga in seno agli stolti” (Qo 7,9). E c’è forse

qualcuno che spera di poter conservare a lungo l’amicizia con uno stolto?

Marco: Eppure, se ben ricordo, ti abbiamo visto coltivare con tanta bontà un’amicizia

con un uomo dall’ira terribile e abbiamo sentito che fino al termine dei suoi giorni non è

mai stato offeso da te, benché spesso lui ti abbia offeso.

Aelredo: Ci sono alcuni che sono irascibili per temperamento naturale, e che tuttavia

sanno reprimere e moderare così bene questo loro difetto da non cadere mai in quelle

cinque colpe che secondo la Scrittura rovinano l’amicizia fino a distruggerla, anche se

talvolta offendono l’amico con parole o gesti sconsiderati, o con scene indiscrete di

gelosia. Se abbiamo accolto una persona così nella nostra amicizia dobbiamo

sopportarla con pazienza, e poiché siamo sicuri del suo affetto, dobbiamo perdonarlo

quando nelle parole o nelle azioni passa il segno. Altrimenti lo si richiama senza farlo

soffrire, magari usando un tono scherzoso e amabile.

Luca: Quel tuo amico che, come pare a molti, tu preferisci a tutti noi, qualche giorno fa,

spinto dall’ira, ha detto e fatto qualcosa che sapevamo benissimo ti sarebbe dispiaciuto.

Eppure ci sembra, e del resto lo vediamo, che non ha perduto in alcun modo il tuo

favore. Ci siamo meravigliati tanto nel constatare che, mentre tu, quando parliamo

insieme, stai attento a non trascurare niente di quello che lui desidera, fosse anche

un’inezia, lui invece non è riuscito a sopportare, per amor tuo, neanche una piccolezza.

Marco: Questo qui è molto più audace di me. Anch’io sapevo queste cose, ma

conoscendo il tuo sentimento nei suoi confronti, non avrei mai osato parlartene.

Aelredo: Certo, quell’uomo mi è molto caro, e una volta che l’ho accolto nella mia

amicizia, non posso non amarlo. È capitato che in quell’occasione io fossi più forte di

lui. Siccome non era possibile far convergere le nostre due volontà, è stato più facile per

me adeguarmi che non per lui. Visto non era in questione l’onestà e non era stata violata

la fiducia è stato meglio cedere all’amico: ho tollerato la sua ira, e poiché era in gioco la

sua serenità, ho preferito la sua volontà alla mia.

Marco: Va bene, poiché però il tuo primo amico è già passato all’altra vita, e

quest’altro, anche se noi non lo sappiamo, ti avrà chiesto scusa, spiegaci ora quali sono

quelle cinque cose che rovinano l’amicizia fino a distruggerla, così sapremo chi sono

quelli che non si devono scegliere come amici per nessun motivo.

Aelredo: Non è me che dovete ascoltare, ma le parole della Scrittura: “Chi offende un

amico rompe l’amicizia. Se hai sguainato la spada contro un amico, non disperare, può

esserci un ritorno. Se hai aperto la bocca contro un amico, non temere” (Sir 22,20-22).

Considera queste parole: se l’amico mosso dall’ira sfodera la spada, se dice parole che

fanno soffrire, se per un certo tempo non si fa più vedere come se non ti amasse più, se

preferisce fare da sé piuttosto che seguire un tuo consiglio, se ha un’opinione diversa

dalla tua, o se in una discussione dissente da te, non devi per questo sciogliere

l’amicizia. Può esserci infatti, dice la Scrittura “può esserci riconciliazione, tranne il

caso di insulto e di arroganza, di segreti svelati e di un colpo a tradimento; in questi

casi ogni amico scomparirà”. Esaminiamo bene quindi queste cinque cose per evitare

di stringere amicizia con persone che, o per l’ira, o per qualche altra passione, sono

abitualmente vittime di questi vizi. L’ingiuria rovina il buon nome e spegne la carità.

La gente, infatti, è così maliziosa che se uno, spinto dall’ira, scaglia un’ingiuria contro

un suo amico, anche se le sue parole non vengono prese sul serio, vengono propagate

come parole dette da uno che conosce i segreti della persona di cui parla.

Ci sono persone poi che provano lo stesso gusto nel lodare se stessi come nel denigrare

gli altri. Cosa c’è di più malvagio dell’oltraggio che, anche se falso, riesce però a far

arrossire di vergogna un innocente? L’arroganza poi è la cosa più difficile da

sopportare, perché toglie di mezzo l’unico rimedio che potrebbe ricostruire un’amicizia

rovinata, cioè l’umile riconoscimento del proprio sbaglio, dato che rende l’uomo

sfrontato nell’offendere e presuntuoso nel correggere. Altra cosa grave è la rivelazione

dei segreti.

Niente è più vile o più detestabile, perché toglie dagli amici ogni amore, ogni grazia,

ogni dolcezza, riempie tutto di amarezza, contamina ogni cosa con il fiele dell’odio e

del risentimento. Per questo sta scritto: “Chi svela i segreti perde la fiducia” (Sir

27,16). E poi, svelare i segreti di un amico equivale a portare alla disperazione

un’anima infelice. E chi è più infelice di colui che perde la fiducia ed è prostrato dalla

disperazione?

L’ultima causa che distrugge l’amicizia è il colpo a tradimento, cioè la denigrazione

fatta di nascosto. Davvero questo colpo è come una trappola, come il morso mortale di

un serpente o di una vipera: se il serpente morde silenziosamente, dice Salomone, non

gli è da meno chi denigra di nascosto. Sta’ dunque alla larga da chiunque è immerso in

questi vizi, non sceglierlo come tuo amico fino a che non ne sia guarito. Evitiamo le

ingiurie, perché di esse Dio stesso si vendica. Il santo re Davide, fra le raccomandazioni

lasciate in eredità al figlio, ordina, con l’autorità dello Spirito santo, di uccidere Semei

che lo aveva insultato mentre fuggiva da Assalonne. Evitiamo anche l’oltraggio. Il

povero Nabal del Carmelo, che aveva oltraggiato Davide trattandolo da schiavo

fuggitivo fu colpito dal Signore e ucciso. Se poi dovesse capitarci di venir meno a

qualche dovere che la legge dell’amicizia ci impone, guardiamoci dall’arroganza, e

cerchiamo invece la benevolenza dell’amico facendogli l’omaggio della nostra umiltà. Il

re Davide aveva generosamente offerto ad Hanon la stessa amicizia che aveva avuto con

suo padre Naas, re di Amon, quello invece, ingrato e arrogante, la rifiutò, aggiungendo

all’affronto il disprezzo. Ne conseguì che perirono lui e il suo popolo e le sue città

furono messe a ferro e fuoco.

Soprattutto consideriamo come un sacrilegio svelare i segreti degli amici, perché con

questo si perde la fiducia e nell’anima che ne è vittima subentra la disperazione. Questo

si vede nel malvagio Achitofel, che si era messo con il parricida Assalonne e gli aveva

rivelato i piani del padre: quando vide che il piano da lui suggerito per contrastare

quello del re, non era stato seguito, con una fine degna di un traditore si impiccò.

Ricordiamo infine che denigrare un amico è un vero e proprio veleno per l’amicizia. Fu

questo che coprì di lebbra il volto di Maria con la conseguenza di essere espulsa

dall’accampamento e privata per sei giorni della comunione con il suo popolo.

 

Gli instabili

Nella scelta non si devono evitare solo gli irascibili, ma anche gli instabili e i sospettosi.

Il grande frutto dell’amicizia è infatti quella sicurezza per cui ti metti con fiducia nelle

mani di un amico; ma come può esserci sicurezza nell’amore di uno che va dietro ad

ogni soffio di vento e dà ragione a tutti? Il suo affetto è come la fanghiglia, che può

essere modellata in forme diverse e opposte nel giro di un giorno, secondo il capriccio

di chi la lavora.

I sospettosi

Cosa caratterizza meglio l’amicizia della pace e della tranquillità del cuore? Sono cose

che il tipo sospettoso non possiede mai. È sempre in agitazione, assalito dalla curiosità

che, stuzzicandolo continuamente, gli fornisce materiale che alimenta la sua

inquietudine e il suo turbamento. Se vede che l’amico si allontana per parlare con

qualcuno, pensa a un tradimento.

Se lo vede trattare qualcuno con benevolenza e affabilità, si lamenterà dicendo che lui è

meno amato di quello. Se viene corretto dirà che l’amico lo odia. Se invece viene lodato

dirà che l’altro lo prende in giro.

 

I chiacchieroni

Ritengo che neanche il tipo troppo loquace debba essere scelto, perché l’uomo dalla

lingua lunga sarà sempre in torto. “Hai visto un uomo precipitoso nel parlare?” – dice

il Saggio – “C’è più da sperare in uno stolto che in lui” (Pr 29,20). Quindi prenditi

come amico uno che non sia sconvolto dall’ira, che non sia sbriciolato dall’instabilità,

che non sia distrutto dal sospetto, che non perda nella loquacità la serietà che si

richiede. È estremamente importante che tu ne scelga uno che sia in consonanza con il

tuo temperamento e con le tue qualità. “Dove i costumi sono diversi”, dice

sant’Ambrogio, “non ci può essere amicizia, e dunque ciascuno deve essere in amabile

consonanza con l’altro”.

 

Come trattare le persone che hanno questi difetti

Marco: Dove si può trovare uno che non sia né irascibile, né instabile, né sospettoso?

Quanto al chiacchierone, lo si vede subito, e non può certo rimanere nascosto.

Aelredo: Sono d’accordo con te. Non è facile trovare uno che non sia vittima di

questi difetti, però ce ne sono molti che li sanno superare: reprimono l’ira con la

pazienza, correggono la leggerezza con la serietà, eliminano i sospetti

concentrando l’attenzione sull’amore. Direi che soprattutto questi bisognerebbe

scegliere come amici, perché sono più esercitati degli altri e, vincendo i vizi con

la virtù, diventano amici più sicuri quanto più sono abituati a resistere con

energia ai vizi che li assalgono.

Marco: Scusa se insisto. Quel tuo amico che Luca ha ricordato poco fa, e che tu hai

accolto nella tua amicizia, a te non sembra una persona irascibile?

Aelredo: Certo che lo è, ma nell’amicizia non lo è affatto.

Luca: Ma cosa vuol dire non essere irascibile nell’amicizia?

Aelredo: Siete convinti del fatto che c’è amicizia tra noi?

Luca: Sicuro.

Aelredo: Qualche volta sono scoppiate tra noi risse, discordie, rivalità, contese?

Luca: Mai, ma questo non è merito suo, ma della tua pazienza.

Aelredo: Vi sbagliate. Un’ira che non è frenata dall’affetto non può in alcun modo

essere bloccata dalla pazienza di nessuno. Anzi, la pazienza, nella persona colta dall’ira,

scatena il furore, perché ciò che lo consola anche solo un po’ è vedere che un altro si

adira quanto lui e gli è pari negli insulti. La persona di cui stiamo parlando rispetta a tal

punto l’amicizia che, quando talvolta si arrabbia e sta per esplodere con parole

incontrollate, con un semplice cenno riesco a frenarlo; mai esprime in pubblico cose

spiacevoli, ma per dare sfogo a quello che ha in mente aspetta sempre il momento in cui

siamo soli. Se questo comportamento gli venisse suggerito dalla natura, e non

dall’amicizia, non lo considererei né virtuoso né degno di lode. Se invece, come può

capitare, mi accade di dissentire da lui, è tale il rispetto che abbiamo l’uno per l’altro

che qualche volta lui rinuncia alla sua idea e, più spesso, io alla mia.

 

Come sciogliere un’amicizia rovinata

Marco: Penso che Luca possa essere soddisfatto. Vorrei che tu mi dicessi cosa si può

fare quando incautamente si stringe un’amicizia con quelli che tu ci hai detto di evitare,

o quando qualcuno di quelli che tu hai giudicato idonei cade in quei vizi o in altri

peggiori. Fino a che punto si deve conservar loro la fiducia mostrando benevolenza?

Aelredo: Queste cose, per quanto possibile, devono essere considerate attentamente

nello stesso momento della scelta, o anche nel periodo della prova, per evitare di offrire

troppo in fretta la nostra amicizia a chi non ne è minimamente degno. “Sono degni di

amicizia quelli che hanno in se stessi il motivo per cui sono amati”. Tuttavia, anche in

quelli che sono stati messi alla prova e ritenuti degni “esplodono spesso vizi che fanno

male o agli stessi loro amici, o ad altri, la cui vergogna però ricade comunque sugli

amici”. Bisogna usare ogni cura perché questi amici guariscano. Se questo si rivela

impossibile, non ritengo che l’amicizia debba essere rotta immediatamente ma, come

qualcuno ha detto con finezza “deve essere piuttosto scucita a poco a poco, a meno che

non ci sia un’offesa intollerabile, al punto che la giustizia e l’onestà richiedono che si

giunga a un’immediata separazione”. Se infatti l’amico trama qualcosa, o contro i propri

cari o contro la collettività, per cui si esige una correzione rapida e senza indugi, non si

offende certo l’amicizia se si smaschera un traditore o un nemico pubblico.

Ci sono altri vizi che consigliano di non rompere l’amicizia, come si è detto, ma di

scioglierla a poco a poco, cercando però di non provocare addirittura un’inimicizia da

cui verrebbero poi litigi, ingiurie e insulti. È quanto mai vergognoso, infatti, fare la

guerra proprio con colui con il quale si è vissuto in intimità. Può anche succedere che tu

venga assalito con tutte queste offese da uno che avevi accolto nella tua amicizia, uno di

quelli che hanno l’abitudine, se capita loro qualcosa di storto, di rovesciare tutta la colpa

sull’amico, quando invece sono stati loro a comportarsi in modo da meritare di non

essere amati. Allora dicono che l’amicizia è stata offesa, considerano sospetto ogni

consiglio che vien loro dall’amico, e quando è evidente che la colpa del tradimento è

loro, non sapendo più come difendersi, riversano sull’amico odio e maledizioni, lo

calunniano dappertutto, sparlano di nascosto, trovano false scuse per se stessi, e accuse

bugiarde per gli altri.

Se, dunque, dopo che hai sciolto l’amicizia, vieni aggredito con tutte queste ingiurie,

sopportale fin che puoi: così tu rendi onore alla vecchia amicizia. La colpa è di chi fa

l’offesa, non di chi la subisce. L’amicizia, infatti, è eterna, per cui sempre ama chi è

amico. Se ti offende colui che tu ami, tu continua ad amarlo. Se si comporta in modo da

dovergli togliere l’amicizia, non togliergli mai l’amore. Pensa a quanto puoi fare per la

sua salvezza, preoccupati del suo buon nome, e non rivelare mai i segreti della sua

amicizia, anche se lui ha svelato i tuoi.

Marco: Dimmi, per favore, quali sono quei vizi per cui l’amicizia va sciolta pian piano?

Aelredo: Quei cinque di cui abbiamo appena parlato, soprattutto la rivelazione dei

segreti, e il morso occulto della denigrazione. Ne aggiungo un sesto: se l’amico offende

quelli che tu sei tenuto ugualmente ad amare e se, dopo essere stato corretto, continua a

offrire motivo di vergogna e di rovina a quelli che sono affidati alla tua responsabilità,

soprattutto se la vergogna di questi vizi ricade su di te. L’amore non deve infatti

prevalere sulla religione, sulla fede, sull’amore per la collettività o sul bene dei cittadini.

Il re Assuero condannò a morte il superbissimo Aman, che era il primo fra i suoi

ministri, preferendo la salvezza del popolo e l’amore della moglie all’amicizia che

quello aveva offeso con consigli fraudolenti.

Giaele, la moglie di Aber Cineo, sebbene ci fosse pace fra Sisara e la casa di Aber,

anteponendo a questa amicizia la salvezza del popolo, con un chiodo e un martello fece

dormire per sempre lo stesso Sisara. Il santo profeta Davide secondo le leggi

dell’amicizia avrebbe dovuto perdonare la parentela di Gionata; quando udì dal Signore

che per colpa di Saul e della sua casa sanguinaria, che aveva ucciso i gabaoniti, il

popolo aveva patito per tre anni la fame, consegnò ai gabaoniti, perché li punissero,

sette uomini della famiglia di Gionata. Non dovete però dimenticare che, quando due

amici perfetti, dopo una scelta sapiente e un accurato periodo di prova, si uniscono in

un’amicizia vera e spirituale, non può sorgere tra loro alcun dissidio. Questo perché

l’amicizia fa di due una cosa sola: come non si può dividere l’unità, così l’amicizia non

può essere separata da se stessa. È chiaro dunque che quell’amicizia che subisce una

lacerazione non è mai stata vera in quanto è stata causa della rottura, perché “l’amicizia

che può cessare non è mai stata vera”. In questo caso, tuttavia, l’amicizia appare più

evidente e dimostra in modo più chiaro di essere una virtù per il fatto che, in chi è

offeso, non viene meno l’amore che c’era prima. Ama chi non lo ama più, onora chi lo

disprezza, benedice chi lo maledice, fa del bene a chi trama rovina contro di lui.

Luca: Come puoi dire che l’amicizia viene sciolta se colui che la interrompe deve avere

ancora tutti questi riguardi per colui che viene escluso?

Aelredo: Quattro sono gli elementi che qualificano in modo particolare l’amicizia:

l’amore e l’affetto, la sicurezza e la gioia. L’amore si manifesta nell’offrire favori e

servizi con animo benevolo; l’affetto nasce da una gradevole sensazione interiore; la

sicurezza sta nel poter rivelare senza timore o sospetto tutti i segreti e i pensieri del

proprio animo; la gioia nasce dallo scambio dolce e amichevole di tutto ciò che capita,

bello o brutto che sia; di tutto ciò che si pensa, sia esso utile o inutile; di tutto ciò che si

insegna o si impara. Vedi ora in quali cose l’amicizia si dissolve in coloro che non ne

sono degni? Certamente se ne va quella soddisfazione interiore che era attinta

abbondantemente dal cuore dell’amico; se ne va la sicurezza che ci faceva confidare a

lui i nostri segreti; se ne va la gioia che nasceva dalla conversazione amichevole. Gli si

deve dunque negare quella familiarità che si esprimeva in tutte queste cose, ma l’amore

deve rimanere, con misura e rispetto, al punto che, se l’offesa non è stata troppo grande,

si possano sempre notare i segni dell’antica amicizia.

Luca: Mi piace moltissimo quello che hai detto.

Aelredo: Ditemi se possiamo ritenere concluso il discorso sulla scelta.

Marco: Vorrei che tu ci riassumessi in breve, per concludere, le cose che hai detto.

 

Riepilogo

Aelredo: Volentieri. Abbiamo detto che la fonte dell’amicizia è l’amore. Non un amore

qualsiasi, ma quello che procede insieme alla ragione e al sentimento. Un amore che la

ragione rende puro, e il sentimento fa dolce. Abbiamo detto poi che occorre dare

all’amicizia un fondamento, e questo è l’amore di Dio, a cui bisogna ricondurre tutte le

cose che abbiamo proposto, verificando la loro convergenza o divergenza rispetto al

fondamento. Abbiamo poi fissato quattro gradini che portano alla vetta dell’amicizia: si

deve cioè prima scegliere l’amico, poi metterlo alla prova, infine accoglierlo, e quindi

comportarsi con lui nel migliore dei modi. Parlando della scelta abbiamo escluso gli

irascibili, gli instabili, i sospettosi, i chiacchieroni: non tutti però, ma solo quelli che non

riescono o non vogliono moderare questi difetti.

Molti infatti sono colpiti da questi disturbi, ma si comportano in maniera tale che non

solo non viene minimamente lesa la loro perfezione, ma nel dominarli la loro virtù sì

rafforza in modo magnifico. Quelli invece che, come cavalli senza freno, sono

continuamente spinti dai loro vizi sull’orlo dell’abisso, inevitabilmente scivolano e

sprofondano in quei difetti che, al dire della Scrittura, rovinano l’amicizia fino a

distruggerla: cioè l’invettiva, l’oltraggio, la rivelazione dei segreti, l’arroganza e il

tradimento.

Se tuttavia ti capita di soffrire tutte queste cose da parte di colui che avevi accolto nella

tua amicizia, non devi rompere subito il rapporto, ma scioglierlo con gradualità,

conservando pure un tale rispetto per l’antica amicizia che, anche se non gli confidi più i

tuoi segreti, non gli togli però né l’amore né l’aiuto, e neppure gli neghi il consiglio. Se

poi la sua follia dovesse spingerlo a proferire bestemmie e oltraggi, tu rispetta il patto,

rispetta la carità, così la colpa sarà tutta di chi lancia l’ingiuria, non di chi la subisce.

Se invece scopri che può essere pericoloso per i suoi familiari, la collettività, i cittadini

e gli amici, si deve rompere subito il vincolo di familiarità, perché non si deve anteporre

l’amore per una persona al rischio di rovinarne tante altre. È nel momento stesso della

scelta che si deve stare attenti a che questo non accada. Si deve scegliere cioè uno che

non sia mosso dall’ira, fuorviato dalla superficialità, trascinato dalla loquacità o

condotto dal sospetto a fare ciò che non si deve fare.

Soprattutto scegli uno che non abbia un temperamento o un carattere e troppo diverso

dal tuo. Poiché parliamo dell’amicizia vera, che non può sussistere se non tra i buoni,

non abbiamo neppure nominato quelli che sono sicuramente da scartare come gli

infami, gli avari, gli ambiziosi, i calunniatori. Se quanto abbiamo detto sulla scelta vi

basta, possiamo parlare di un altro argomento, di come si prova un amico.

Marco: Mi pare opportuno. Sto sempre con un occhio alla porta nel timore che arrivi

qualcuno ad interrompere il nostro colloquio con qualche amarezza, o con qualche

sciocchezza.

Luca: C’è qui fuori il custode, se lo fai entrare non riuscirai più a parlare. Sto io di

guardia alla porta. Tu, padre, continua pure.

 

LA VERIFICA DELLE QUATTRO CARATTERISTICHE DEL RAPPORTO DI AMICIZIA

Aelredo: Sono quattro le cose che devono essere messe alla prova nell’amico: la fedeltà,

l’intenzione, il criterio, la pazienza. La fedeltà, perché tu possa affidargli con tranquillità

e sicurezza te stesso e tutte le tue cose. L’intenzione, perché egli non si aspetti

dall’amicizia niente se non Dio e il bene che le è proprio per natura. Il criterio, perché

sappia discernere cosa si deve dare all’amico, cosa gli si può chiedere, in quali cose si

deve soffrire per lui e in quali rallegrarsi – e siccome penso che talvolta l’amico debba

anche essere corretto – comprendendo le ragioni per farlo, senza ignorare il modo, il

tempo e il luogo opportuni. La pazienza, infine, perché quando viene corretto non si

rattristi, non reagisca con odio o disprezzo con chi lo corregge, e sia capace di

sopportare coraggiosamente per l’amico qualsiasi avversità.

 

La fedeltà

Nell’amicizia niente è più importante della fedeltà, che nutre l’amicizia la custodisce.

La fedeltà è sempre uguale a se stessa, nella buona e nella cattiva sorte, nelle ore felici e

in quelle tristi, nelle gioie e nelle amarezze. La fedeltà guarda con lo stesso occhio chi è

umile e chi è sublime, il povero e il ricco, il forte e il debole, il sano e il malato.

L’amico fedele non vede nulla all’infuori del cuore dell’amico: va ad abbracciare la

virtù là dove la trova, tutto il resto rimane all’esterno, se ci sono altre cose non vi dà

molto peso, se non ci sono non si affanna ad esigerle. La fedeltà tuttavia può restare

nascosta quando le sorride la fortuna, invece emerge veramente nelle avversità.

Qualcuno ha detto che l’amico si prova quando si è nella necessità. Sono molti gli amici

di chi è ricco. Ma se siano poi dei veri amici lo si vede quando sopraggiunge la povertà.

Un amico, dice Salomone, vuol bene sempre, ed è nella sventura che si dimostra fratello

(Pr 17,17). E altrove, rimproverando chi manca di fedeltà, dice: “Chi spera nell’aiuto

dell’amico infedele nel giorno della sventura, è come se avesse un dente cariato o un

piede slogato” (Pr 25,19).

Luca: E se tutto va sempre bene, e non interviene mai alcuna difficoltà, come si può

provare la fedeltà di un amico?

Aelredo: Ci sono molti altri modi per mettere alla prova la fedeltà dell’amico, anche se è

vero che la verifica migliore è data dalle avversità. Ho già detto, per esempio, che niente

rovina l’amicizia quanto la rivelazione delle confidenze dell’amico. È scritto nel

Vangelo: Chi è fedele nel poco è anche fedele nel molto (Lc 16,10). Ne consegue che

agli amici per i quali crediamo sia necessario un ulteriore periodo di prova non

dobbiamo affidare tutti i nostri segreti né quelli più intimi. È bene cominciare da cose

piuttosto superficiali o di poco conto, che non è molto importante nascondere o rivelare,

facendo però molta attenzione a far capire che il rivelarle comporterebbe un grave

danno, mentre sarebbe un grosso vantaggio tenerle nascoste. Se lo trovi fedele in questo

impegno, non esitare a metterlo alla prova su cose di maggiore importanza. Se poi

capita che si diffondano voci sgradevoli sul tuo conto, o se la cattiveria di qualcuno

rovina la tua reputazione, e lui non sarà indotto da alcuna insinuazione a credere a tali

cose, non sarà turbato da alcun sospetto, né scosso da alcun dubbio, allora non è più il

caso di tenere sospeso il giudizio sulla sua fedeltà. Sarà davvero grande la tua gioia per

aver trovato in lui un amico sicuro e stabile.

Luca: Mi viene ora in mente quel tuo amico venuto dalla Francia, di cui ci hai parlato

molto spesso. Ti sei accorto che era davvero un amico fedelissimo e assolutamente

sincero quando non solo non credette a chi riportava cose false sul tuo conto, ma

neppure fu scosso dalla benché minima esitazione. Un atteggiamento del genere non te

lo saresti aspettato neppure da quel tuo amico carissimo, il vecchio sacrista di

Chiaravalle! Ma ora, visto che abbiamo già parlato a sufficienza su come si metta alla

prova la fedeltà, spiegaci i punti che rimangono.

 

L’intenzione

Aelredo: Ho detto che si deve provare anche l’intenzione. Questo è assolutamente

necessario.

Ci sono infatti molti che nelle cose umane ritengono buono solo ciò che dà un guadagno

visibile nel tempo.

Sono persone che amano i loro amici come amano i loro beni terreni, dai quali sperano

di ricavare sempre un qualche vantaggio. Sono persone che non sanno neppure cosa sia

l’amicizia genuina e spirituale, quella che va cercata per Dio e per il valore che ha in se

stessa; persone che non riflettono seriamente sul modello naturale dell’amore che hanno

in sé, dove potrebbero scoprire facilmente quale e quanto grande sia la forza

dell’amicizia. Lo stesso Signore ci ha offerto il modello della vera amicizia quando ha

detto: “Ama il tuo prossimo come te stesso” (Mt 22,39). Ecco lo specchio: tu ami te

stesso. Si, certo, però solo se ami Dio, se cioè corrispondi a colui che abbiamo descritto

come degno di essere scelto per amico. Mi chiedo: forse perché vuoi bene a te stesso

esigi che questo ti venga ricompensato? Sicuramente no, perché è nella natura delle cose

voler bene a se stessi. Ne consegue che, se non trasferirai questo stesso affetto in un

altro, amando l’amico gratuitamente solo perché ti è caro per se stesso, non potrai

gustare il sapore della vera amicizia. Colui che ami sarà come un altro te stesso quando

avrai trasfuso in lui l’amore con cui ti ami. “L’amicizia”, come dice sant’Ambrogio,

“non è un dazio o una rendita, ma è piena di bellezza e di grazia. È infatti una virtù, non

un affare, perché non è generata dal denaro, ma dalla grazia; non si acquista

contrattando sul prezzo, ma è il frutto di una gara d’affetto”. Devi quindi esaminare con

acume l’intenzione di chi hai scelto come amico, perché non pensi di unirsi in amicizia

con te nella speranza di ottenere un qualche vantaggio, quasi che si trattasse di un bene

commerciabile, e non invece di un dono. Spesso le amicizie tra chi è povero o

bisognoso sono più sicure di quelle tra i ricchi: la povertà, infatti, elimina l’attesa di un

qualche guadagno, e non solo non diminuisce, ma piuttosto accresce la carità

nell’amicizia. Ai ricchi si dona per cortigianeria; verso i poveri nessuno agisce per

finzione. Tutto quanto si dà al povero è dono sincero, perché l’amicizia del povero non

conosce l’invidia.

Ho detto questo perché negli amici si metta alla prova il comportamento, e non se ne

valuti invece la ricchezza. Ed ecco come si verifica l’intenzione. Guarda se è più avido

dei tuoi beni che di te; se è sempre in attesa che tu gli procuri qualcosa con i tuoi sforzi,

come onori, ricchezze, successo, libertà. Ti accorgerai facilmente di quali erano le sue

intenzioni quando si è legato a te se in tutte queste cose viene preferito uno più degno di

lui, o se tu non hai la possibilità di fargli avere ciò che desidera.

 

Il criterio

Consideriamo adesso il criterio. “Alcuni, con animo maligno, per non dire sfacciato,

vogliono un amico che sia tutto quello che essi non riescono ad essere”. Sono quelli che

si spazientiscono per le mancanze anche lievi dei loro amici, li rimproverano

aspramente e, mancando di criterio, non vedono le cose grosse e si scagliano contro le

piccole; confondono tutto, e non sanno dove, quando, e a chi convenga rivelare o

nascondere le cose. Per questo si deve verificare se la persona che scegli ha criterio,

perché unirsi in amicizia con uno che è imprevidente e imprudente significa andarsi a

cercare litigi e discussioni a non finire. È abbastanza facile dimostrare che nell’amicizia

questa virtù è necessaria: se uno ne è privo, è come una nave senza timone che, sotto la

spinta del vento, è sballottata in un movimento frenetico e capriccioso.

 

La pazienza

Avrai anche molte occasioni per mettere alla prova la pazienza di chi desideri farti

amico, poiché ti troverai a dover correggere colui che ami: dovrai usare – a volte di

proposito – un tono più duro, per provare e tenere in esercizio la sua capacità di

sopportazione. Devi anche stare attento a un’altra cosa: se trovi in uno che stai mettendo

alla prova qualcosa che offende il tuo animo, come l’imprudente rivelazione di un

segreto, il desiderio di qualche vantaggio materiale, una critica fatta con poco criterio o

una mancanza di amorevolezza, non devi per questo rinunciare subito alla scelta e

all’amicizia che ti eri proposto, se non altro fino a quando c’è una speranza di

correzione. Non stancarti mai di curare con sollecitudine la scelta e la prova degli amici:

il frutto di questo lavoro sarà una benedizione per la tua vita e un fondamento

solidissimo per la tua vita eterna. Ci sono molti che sono abbastanza esperti quando si

tratta di far soldi, di investire, di scegliere e acquistare mezzi e beni, e conoscono molto

bene i criteri con cui condurre queste operazioni: è da dementi non usare la stessa

capacità nel farsi degli amici, nel metterli alla prova, nell’imparare a utilizzare quei

segni che ci permettono di verificare se coloro che abbiamo scelto come amici sono

all’altezza all’amicizia. Bisogna inoltre stare attenti da certi slanci dell’affetto che

stravolgono il giudizio, e compromettono la possibilità di una verifica oggettiva. È

proprio dell’uomo prudente interporre una pausa, frenare questi slanci, mettere dei

confini alla benevolenza, procedere pian piano nell’affetto, fino a che, terminata la

prova, ci si possa dare e affidare completamente all’amico.

 

L’amicizia come anticipo della felicità celeste

Marco: Devo ammettere che continua a fare effetto su di me l’idea di quelli che pensano

che si viva più tranquilli senza amici.

Aelredo: Mi meraviglio! Nessuna vita può essere felice senza amici, nel modo più

assoluto.

Marco: Perché? Spiegamelo.

Aelredo: Supponiamo che… tutto il genere umano scompaia dal mondo, e che tu sia

l’unico superstite. Davanti a te hai tutte le delizie e le ricchezze del mondo, oro, argento,

pietre preziose, grandi città, ville, edifici grandiosi, sculture, pitture. Immagina di essere

ritornato indietro alle origini, con tutte le cose a tua disposizione: tutti i greggi, gli

armenti, tutte le bestie della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci del mare, che

percorrono le vie del mare. Dimmi, dunque: forse che, se non avessi un amico, tutte

queste cose potrebbero farti felice?

Marco: No.

Aelredo: E se ci fosse vicino a te qualcuno di cui non conosci né la lingua né il

carattere, che non sai se ti vuol bene né com’è il suo cuore?

Marco: Se non riuscissi, almeno con qualche segno, a farmelo amico, preferirei non

avere nessuno piuttosto che uno cosi.

Aelredo: Se invece ci fosse uno che tu ami come te stesso, dal quale sai con

certezza di essere ugualmente amato, non è forse vero che tutte quelle cose

che prima sembravano amare diventerebbero dolci?

Marco: Sicuro!

Aelredo: E se di persone così ce ne fossero tante? Non è forse vero che ti sentiresti tanto

più felice?

Marco: Verissimo.

Aelredo: È proprio questa la meravigliosa felicità che aspettiamo, quando Dio stesso

diffonderà tra sé e le sue creature che ha esaltato, fra i vari ordini e gradi in cui ha

distinto le cose, fra le singole persone che ha scelto, tanta amicizia e tanta carità che

ciascuno amerà l’altro come se stesso è potrà gioire dell’altrui felicità come della

propria. Così la gioia dei singoli sarà di tutti, e la gioia di tutti apparterrà al singolo. Non

ci saranno più pensieri nascosti e amori finti. Questa è l’amicizia vera ed eterna, che

comincia qui e si perfeziona lassù; che qui è di pochi, perché pochi sono i buoni; là

invece sarà di tutti, perché tutti saranno buoni. Qui è necessaria la prova, perché i saggi

e gli stolti stanno assieme; là non ci sarà bisogno di prova, perché tutti saranno resi santi

da una perfezione soprannaturale e quasi divina. Questo è il modello cui possiamo

paragonare quegli amici che amiamo come noi stessi, di cui conosciamo tutto come un

libro aperto, ai quali confidiamo tutti i nostri segreti, che sono sicuri, stabili e costanti in

tutto. Pensi forse che ci sia qualche essere umano che non desideri essere amato?

Marco: Credo proprio di no.

Aelredo: Se tu conoscessi qualcuno che vive in mezzo a molte persone, ma sospetta di

tutti, che ha paura che tutti tramino contro la sua vita, che non ama nessuno e pensa che

nessuno lo ami, non pensi che sarebbe disperatamente infelice.

Marco: Infelicissimo.

Aelredo: E allora non puoi negare che straripa di felicità chi riposa nei cuori di coloro

con cui vive, pieno d’amore per tutti e da tutti amato, in uno stato di dolcissima serenità

da cui non lo allontana il sospetto né la paura”.

Marco: Si, è assolutamente vero.

Aelredo: Ma forse è difficile nella vita presente trovare queste cose in tutti, visto che ci

attendono per quella futura. Però, proprio per questo, quanto più numerosi saranno

quelli che ci amano così, tanto più saremo felici. L’altro giorno passeggiavo per il

chiostro del monastero, dove stavano seduti gli altri fratelli, e quasi fossi in un giardino

di delizie ammiravo le foglie, i fiori e i frutti di ogni singolo albero. Non c’era nessuno

in quella moltitudine che io non amassi, nessuno da cui non mi sentissi amato. Mi ha

inondato una gioia così grande da superare tutti i piaceri di questo mondo. Sentivo che il

mio spirito si era riversato in tutti loro, e in me era entrato il loro affetto, proprio come

dice il Profeta: “Come è bello e come è gioioso vivere insieme da fratelli (Sal 132,1)”.

Luca: Dobbiamo dunque pensare che hai accolto nella tua amicizia tutti quelli che in

questo modo tu ami e dai quali ti senti amato?

 

La specificità dell’amicizia spirituale

Aelredo: Sono molti quelli che abbracciamo con il nostro affetto, senza però introdurli

nell’intimità dell’amicizia, che consiste soprattutto nella rivelazione di tutti i nostri

segreti e progetti. Come dice il Signore nel Vangelo: “Non vi chiamo più servi”, “ma

amici”. Poi aggiunge la ragione per cui ritiene di chiamarli amici: “Perché”, dice, “tutto

ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (cfr. Gv 15,15). E poco prima

dice: “Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando” (Gv 15,14).

Con queste parole, come dice sant’Ambrogio, “ci ha dato un modello di amicizia da

seguire: fare la volontà dell’amico, confidargli i nostri segreti e tutto quanto abbiamo

nel cuore, non ignorare le sue cose più intime. Apriamoci a lui, e che egli ci apra il suo

cuore. L’amico, infatti, non nasconde niente. Se è sincero, rivela il suo animo, come il

Signore Gesù rivelava i misteri del Padre”. Questo scrive Ambrogio. Sono dunque molti

quelli che noi amiamo, però non a tutti conviene esporre in questo modo il nostro animo,

né rivelare il nostro cuore, perché non hanno ancora un’età, o una sensibilità, o un

criterio tale da renderli capaci di accogliere queste confidenze.

Marco: Non riesco neppure ad aspirare ad un’amicizia talmente grande e perfetta. A me

e ad Luca basta quella che ci ha descritto Agostino: parlare e ridere insieme, scambiarsi

con affetto dei favori; leggere e discutere insieme, scherzare insieme e fare cose serie;

dissentire quando è il caso, senza rancore, come uno fa con se stesso, servirsi anche dei

rarissimi contrasti per addolcire le molte cose su cui si è d’accordo; essere l’uno per

l’altro maestro e discepolo; desiderare impazientemente chi è assente, accogliere con

gioia chi arriva. Con questi e con altri segni che procedono dal cuore di chi ama ed è

riamato, con il volto, con la parola, con gli sguardi e con mille altre espressioni di

affetto si ravviva il fuoco che fonde gli animi e che di tanti ne fa uno solo. Questo ci

sembra si debba amare negli amici. La nostra coscienza si sentirebbe in colpa se non

amassimo chi risponde al nostro amore, e se non rispondessimo con l’amore a chi ci

ama.

Aelredo: Un’amicizia così è puramente materiale, ed è tipica soprattutto dei giovani,

com’era allora sant’Agostino e l’amico di cui parlava. Non è da rifiutare, tranne gli

scherzi e le bugie, e nel caso non ci sia alcun comportamento disonesto. Un’amicizia del

genere può portare ad una grazia più grande ed è come il principio di un’amicizia santa.

Una volta cresciuti nell’amore e nel comune impegno nelle cose dello spirito, diventati

con l’età più maturi e più seri e con i sensi spirituali più illuminati, questi amici

potranno con un affetto purificato salire verso un traguardo più alto, partendo da una

buona base. Del resto, non abbiamo già detto ieri che si può passare più facilmente

dall’amicizia umana a quella per Dio, vista la somiglianza che esiste tra le due?

 

Come coltivare la vera amicizia

Adesso cominciamo a considerare come si coltiva l’amicizia. Il fondamento della

stabilità e della costanza nell’amicizia è la fiducia: niente infatti è stabile se non è

fondato sulla fiducia. Gli amici devono essere tra loro semplici, aperti, sensibili alle

stesse cose, in sintonia: tutto questo riguarda la fedeltà. Non può essere degno di fiducia

un carattere complicato e tortuoso. Anche quelli che non sono sensibili alle stesse cose,

o non sono d’accordo su cose identiche, non possono essere stabili né fidati. Soprattutto

si deve evitare il sospetto, che è il veleno dell’amicizia: non dobbiamo mai pensare male

dell’amico, né credere o dare ragione a chi ne parla male. A questo dobbiamo

aggiungere un parlare cordiale, un volto lieto, la dolcezza dei modi, la serenità dello

sguardo, tutte cose che aiutano molto l’amicizia. L’espressione austera, severa, ha un

suo decoro, conferisce solennità, però l’amicizia deve essere in qualche modo più

rilassata, più libera e amabile, più disponibile alla serenità e all’indulgenza, senza però

che questo si trasformi in superficialità o leggerezza.

La forza dell’amicizia sta anche nel mettere alla pari l’inferiore e il superiore. Spesso

capita che una persona eminente accolga nella sua amicizia chi gli è inferiore per grado,

ordine, dignità, o scienza. In questo caso bisogna disprezzare e stimare come inutile

tutto ciò che non appartiene strettamente alla natura, tenendo costantemente fisso lo

sguardo sulla bellezza dell’amicizia in sé, che non si addobba con vestiti preziosi o con

gioielli, non cresce con l’aumentare dei possedimenti, non ingrassa nei piaceri, non si

dilata con le ricchezze e non sale in dignità con gli onori. Così, tornando continuamente

al principio e alle origini, dobbiamo considerare con intelligenza acuta l’uguaglianza

che la natura ha stabilito, non i supplementi e le bardature che l’avidità ci offre. Quindi

nell’amicizia, che è il dono migliore offerto insieme dalla natura e dalla grazia, chi sta

in alto deve scendere, e chi sta in basso deve salire; il ricco deve sentire necessità, e il

povero deve sentire la ricchezza; ciascuno deve scambiare con l’altro la propria

condizione. È così che si realizza l’uguaglianza, come sta scritto: “Colui che raccolse

molto non abbondò, e colui che raccolse poco non ebbe di meno” (2Cor 8,15). Non

metterti quindi mai davanti all’amico, ma, se ti riconosci superiore in qualche cosa, hai

un motivo in più per abbassarti subito davanti a lui, per dargli la tua fiducia, per lodarlo

se è timido. E tanto più lo devi onorare quanto meno la sua condizione o la sua povertà

lo richiederebbero.

 

L’esempio di Davide e di Gionata

Il magnifico giovane Gionata, senza tener conto né della gloria regale né del suo diritto

al trono, fece un patto con Davide: l’amicizia rese il servo uguale al padrone, ed egli lo

preferì a sé quando fu costretto a fuggire da Saul, suo padre, quando dovette nascondersi

nel deserto perché condannato a morte e destinato ad essere ucciso. Umiliando se stesso

per esaltare lui, disse: “Tu sarai re e io sarò secondo dopo di te”. Che splendido esempio

di vera amicizia! Che incredibile meraviglia! Il re s’infuriava contro il servo e gli

scatenava dietro tutto il paese quasi fosse un pretendente usurpatore; in base ad un

semplice sospetto accusa di tradimento i sacerdoti e li fa trucidare; perlustra i boschi,

fruga le valli, assedia con il suo esercito monti e rupi; tutti si impegnano a vendicare

l’ira del re; soltanto Gionata, l’unico che aveva tutti i motivi per essere geloso di

Davide, decise di resistere al padre, di mettersi dalla parte dell’amico, di offrirgli nella

sventura il suo consiglio, e, preferendo l’amicizia al regno gli disse: “Tu sarai re, io sarò

secondo dopo di te”.

È noto come il padre cercava di scatenare la gelosia del giovane contro l’amico,

attaccandolo con insulti e spaventandolo con la minaccia di privarlo del regno e della

dignità. Quando poi il re pronunciò la sentenza di morte contro Davide, Gionata non

abbandonò l’amico. Perché, disse, Davide deve morire? In cosa ha peccato? Che ha

fatto? Mettendo a rischio la sua vita ha sconfitto il Filisteo, e tu ne sei stato contento.

Perché dunque deve morire? All’udire queste parole, al colmo dell’ira, il re tentò con la

lancia di inchiodare Gionata al muro, aggiungendo alle minacce gli insulti: Figlio d’una

donna perduta, non so io forse che tu prendi le parti del figlio di Iesse, a tua vergogna e

a vergogna della nudità di tua madre? Quindi vomitò tutto il veleno che aveva dentro

per infonderlo nel cuore del giovane, aggiungendo parole che avrebbero dovuto

scatenare la sua ambizione, la gelosia, l’invidia e il rancore amaro: fino a quando vivrà

il figlio di Iesse sulla terra, non avrai sicurezza né tu né il tuo regno.

Chi non sarebbe stato scosso da queste parole? Chi non avrebbe provato invidia? Quale

amore, quale grazia, quale amicizia poteva resistere parole come queste senza esserne

intaccata o sminuita o cancellata? Quel giovane pieno d’amore, fedele al patto

dell’amicizia, forte di fronte alle minacce, paziente davanti agli insulti, disprezzò il

regno e preferì l’amicizia, non si curò della gloria perché gli stava a cuore la grazia. Tu

sarai re, disse, io sarò secondo dopo di te.

Dice Cicerone che si trovano persone che “ritengono ignobile preferire il denaro

all’amicizia”, ma che è impossibile trovare “chi antepone l’amicizia alle cariche

pubbliche, a quelle politiche, ai comandi militari, al potere e alle ricchezze così che

quando vengono offerte loro da una parte queste cose e dall’altra il bene dell’amicizia,

pochi scelgono quest’ultima. La natura infatti è troppo debole per disprezzare il potere.

Dove si troverà”, dice, “chi anteponga l’onore dell’amico al suo”? Ecco, abbiamo

trovato Gionata che ha vinto la natura, ha disprezzato la gloria e il potere, ha preferito al

proprio l’onore dell’amico. Tu sarai re, disse, e io sarà secondo dopo di te.

Questa è l’amicizia vera, perfetta, stabile ed eterna: non la corrompe l’invidia, non la

riduce il sospetto, non la dissolve l’ambizione. Questa amicizia messa alla prova non

cadde; assalita non crollò; colpita da tanti insulti rimase inflessibile, provocata da tante

ingiurie restò irremovibile. Va, dunque, e anche tu fa lo stesso. Se però pensi che sia

duro o perfino impossibile preferire colui che ami a te stesso, cerca almeno di metterlo

sul tuo stesso piano se ci tieni ad essere un amico. Chi infatti non mantiene

l’uguaglianza con l’altro non pratica l’amicizia in modo giusto.

“Sii rispettoso verso l’amico come con un tuo eguale”, dice Ambrogio, “e non aver

vergogna ad anticiparlo nel rendere un servizio. L’amicizia infatti non conosce la

superbia. L’amico fedele è davvero una medicina per la vita, una grazia d’immortalità”.

 

L’amicizia e lo scambio dei favori

Vediamo ora come si deve coltivare l’amicizia riguardo ai benefici, e qui ruberò

qualcosa dagli altri. Qualcuno ha detto: “Si stabilisca nell’amicizia questa legge:

chiediamo agli amici cose oneste, facciamo cose oneste per gli amici senza aspettare la

loro richiesta; non deve mai esserci indugio ma sempre premura”. Se per l’amico si

deve essere disposti a perdere del denaro, tanto più si deve essere pronti ad usarlo per

venire incontro alle sue necessità. Ma non tutti possono fare tutto. C’è chi ha molto

denaro, chi è invece ricco di terreni e di case; uno è più bravo nel dare consigli, un altro

lo è nel rendere onori. Considera con prudenza come devi comportarti con l’amico

riguardo a queste cose. Sul denaro la Scrittura ha detto quanto basta: “Perdi pure, dice, il

denaro per un amico (Sir 29,10)”. Ma poiché gli occhi del saggio sono nel suo capo (cfr.

Qo 2,14), se noi siamo le membra e Cristo è il capo, facciamo quello che dice il Profeta:

I miei occhi sono sempre rivolti al Signore, per ricevere da lui la legge della vita, della

quale è scritto: “Se qualcuno di voi manca di sapienza, la domandi a Dio, che dona a

tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data” (Gc 1,5). E allora regala ciò che

hai all’amico senza farglielo pesare, senza aspettarti una ricompensa, senza corrugare la

fronte, senza voltare la faccia, senza abbassare lo sguardo; ma con aspetto sereno, con

un volto raggiante, con parole amabili. Non aspettare neanche che termini la sua

richiesta, va’ incontro a lui con benevolenza, così da sembrare che sia tu a dargli quanto

ha bisogno senza che neppure te lo chieda. Un animo sensibile sa che niente fa arrossire

quanto il dover chiedere. Poiché tu formi con il tuo amico un cuor solo e un’anima sola,

sarebbe gravemente offensivo non mettere in comune anche il denaro.

Osserva dunque tra gli amici questa regola: ciascuno deve dare sé e le sue cose in modo

che chi dà conservi il sorriso, e chi riceve non perda la sua tranquillità. Quando Booz si

accorse dell’indigenza di Rut la Moabita, le parlò mentre raccoglieva le spighe dietro ai

mietitori, la consolò, la invitò alla mensa dei suoi servi e, avendo riguardo, con cuore

nobile, per la sua timidezza, ordinò ai mietitori di lasciar cadere apposta delle spighe

perché lei le potesse raccoglierle senza sentirsi umiliata. Così anche noi dobbiamo

indovinare con delicatezza le necessità degli amici, anticipare con il nostro dono una

richiesta, e usare in questo uno stile che dia a chi riceve l’impressione che sia lui a fare

un favore, non colui che offre il dono.

Marco: E noi religiosi, che avendo un voto di povertà non abbiamo il permesso né di

ricevere né di dare alcunché, come possiamo vivere in questo senso la grazia

dell’amicizia spirituale?

 

La reciprocità nel rapporto fra amici

Aelredo: “Gli uomini”, dice il Saggio, “farebbero una vita felicissima se togliessero di

mezzo queste due parole: mio e tuo”. L’amicizia spirituale riceve certo un fondamento

molto solido dalla scelta della povertà, che è santa proprio perché è volontaria. L’avidità

rovina mortalmente l’amicizia, ed è certamente più facile conservare un’amicizia già

iniziata quanto più l’animo è immune da questa peste. Però nell’amicizia spirituale ci

sono altri benefici con cui gli amici possono far sentire la loro presenza e il loro aiuto.

Prima di tutto devono essere solleciti l’uno per l’altro; devono pregare l’uno per l’altro;

sentire ciascuno come propria l’umiliazione dell’altro, e gioire dell’altrui gioia. Ognuno

deve piangere come proprio lo sbaglio dell’altro e considerare come suo il progresso

dell’altro. Dobbiamo usare tutto quanto è in nostro potere per incoraggiare l’amico se è

timido, per sostenerlo se è debole, per consolarlo se è triste, per sopportarlo se è irritato.

Dobbiamo avere inoltre un tale rispetto dello sguardo dell’amico da non osare alcunché

di disonesto o di sconveniente. Infatti, ogni sbaglio che uno fa ricade sull’amico, al

punto che non è solo chi sbaglia ad arrossire e soffrire, ma l’amico che vede o sente

quanto ha fatto l’altro se la prende con se stesso, come se fosse stato lui a sbagliare; e

allora, se uno non ha ritegno per sé, deve averlo almeno per l’amico.

Il rispetto è il miglior compagno dell’amicizia; e dunque “toglie all’amicizia il massimo

ornamento chi la priva del rispetto”. Quante volte l’ira che mi si è accesa dentro e che

stava per esplodere all’esterno è stata soffocata e spenta da un semplice cenno del mio

amico; quante volte una parola sconveniente che era già nelle labbra è stata repressa

dalla severità di un suo sguardo. Quante volte, trovandomi a ridere in modo scomposto,

o perso in inutili sciocchezze, ho ritrovato al suo solo avvicinarsi la dovuta serietà!

 

I consigli e la correzione fraterna

Inoltre, quando ci si deve persuadere di qualcosa, si accetta più facilmente il parere di

un amico e lo si ricorda meglio, perché la forza di persuasione di un amico è davvero

grande. Non abbiamo nessun dubbio, infatti, sulla sua lealtà, e non c’è alcun sospetto di

adulazione. L’amico dunque deve consigliare all’amico ciò che è onesto, con fermezza,

con chiarezza e libertà. Gli amici, poi, non vanno solo ammoniti, ma se è il caso devono

anche essere rimproverati.

A qualcuno, infatti, la verità dà fastidio, e può anche darsi che il dirla susciti

risentimento, come sta scritto: “L’adulazione genera amici, la verità genera l’odio;

l’adulazione tuttavia è molto più dannosa perché, essendo indulgente con gli errori,

permette che l’amico precipiti nella rovina”. Un amico è gravemente colpevole, e quindi

soprattutto in questo va rimproverato, se disprezza la verità e si lascia indurre da

adulazioni e attrattive a commettere cose gravi. Non è che sia proibito accontentare con

dolcezza gli amici, e spesso anche di lodarli, ma in tutto va rispettata la moderazione,

cosicché l’ammonizione deve essere priva di asprezza, e il rimprovero non deve

diventare un insulto. Nell’accondiscendenza e nei complimenti deve sempre esserci

un’affabilità dolce e onesta. Invece si devono eliminare con decisione le moine, che

sono fonte di vizi e indegne non solo di un amico, ma anche di un uomo libero.

Se poi uno ha proprio le orecchie chiuse alla verità, da non poterla ascoltare neppure da

un amico, allora si deve temere per il bene della sua anima. Per cui, come dice

sant’Ambrogio, “se scopri qualche difetto nell’amico, correggilo in privato; se non ti

ascolta, correggilo in pubblico. Le correzioni, infatti, sono buone, e spesso sono meglio

di un’amicizia troppo silenziosa. Anche se l’amico si sente offeso, tu correggilo lo

stesso. Anche se l’amarezza della correzione gli ferisce l’animo, tu correggilo lo stesso.

È meglio sopportare le ferite inflitte dagli amici, che i baci degli adulatori. Correggi,

dunque, l’amico che va fuori strada”.

Nel correggere si devono evitare soprattutto l’ira e il risentimento acido, perché non

sembri che, più che correggere un amico, uno voglia dar sfogo ad un eccesso d’ira. Ho

visto infatti alcuni che nel correggere gli amici facevano passare per zelo e per sincerità

la loro amarezza e il ribollire dell’esasperazione. Questo modo di correggere, che segue

l’istinto e non la ragione, non ha mai fatto bene a nessuno, anzi, ha fatto spesso molti

danni. Fra gli amici non c’è nessuna giustificazione possibile per questo vizio. L’amico

deve infatti entrare in simpatia con il proprio amico, essere condiscendente, sentire

come suo il difetto dell’altro, correggere in modo discreto, facendo propri i sentimenti

dell’altro. Lo deve correggere con la tristezza del volto, con parole che sanno di

afflizione, anche con il pianto che interrompe le parole. L’altro non deve solo vedere,

ma anche sentire che la correzione sgorga dall’amore, e non dal rancore. Se l’amico

rifiuta una prima correzione, accoglierà almeno la seconda. Tu intanto prega, piangi,

mostra un volto rattristato, ma conserva un affetto pieno di carità.

Devi anche scrutare come è fatto il suo animo. Ci sono infatti quelli che si piegano più

volentieri alle amorevolezze, altri che non ci fanno alcun caso, e si correggono più

facilmente con la disciplina o con le parole. L’amico dunque si deve adattare all’amico,

regolandosi secondo il suo carattere. E visto che deve stargli vicino nelle avversità che

lo colpiscono da fuori, deve affrettarsi ancor più ad andargli incontro nelle difficoltà che

affliggono il suo intimo. “Se dunque è proprio dell’amicizia ammonire ed essere

ammoniti, fare una cosa con libertà ma senza asprezza, sopportare l’altro con pazienza,

ma senza risentimento, dobbiamo star certi che nelle amicizie non c’è una peste più

grande dell’adulazione e del servilismo. Queste cose sono tipiche di persone superficiali

e bugiarde, che dicono sempre quello che vuole l’altro, ma mai la verità”.

Non deve esserci dunque nessuna esitazione tra gli amici, nessuna simulazione, cosa

che più di qualsiasi altra ripugna all’amicizia. L’amico ha diritto alla “verità, senza la

quale lo stesso nome di amicizia non ha alcun valore”. Dice il santo re Davide: “Mi

percuota il giusto e il fedele mi rimproveri, ma l’olio dell’empio non profumi il mio

capo” (Sal 141,5). Chi fa il furbo e agisce con finzione provoca l’ira di Dio. Per cui il

Signore dice per mezzo del Profeta: “Il mio popolo! Un fanciullo lo tiranneggia e le

donne lo dominano. Popolo mio, le tue guide ti traviano, distruggono la strada che tu

percorri” (Is 3,12).

Perché, come dice Salomone, il simulatore con le sue parole inganna l’amico. Si deve

dunque praticare l’amicizia in modo che, se talvolta, per motivi precisi, si può

ammettere la dissimulazione, non deve mai esserci posto per la simulazione.

Marco: Ma dimmi, come è possibile che la dissimulazione sia necessaria, visto che è

sempre, almeno mi sembra, un vizio?

Aelredo: Ti sbagli, carissimo. Si dice infatti che Dio dissimula i peccati di chi sbaglia,

non volendo la morte del peccatore, ma che si converta e viva.

Marco: Allora fammi capire che differenza c’è tra la simulazione e la dissimulazione.

 

La dissimulazione come forma di rispetto

Aelredo: La simulazione, direi, è un consenso ingannevole, contrario al giudizio della

ragione. Terenzio ha espresso con molta eleganza il concetto nel personaggio di

Gnatone: “Qualcuno dice di no. Dico di no. Dice di si? Dico di si. Alla fine mi sono

imposto di dar ragione a tutti”. Può darsi che questo pagano abbia attinto dal nostro

tesoro, esprimendo con le sue parole quanto pensa un nostro profeta. Infatti è chiaro

che il profeta intende la stessa cosa quando fa dire al popolo perverso: “Non fateci

profezie sincere, diteci cose piacevoli, profetateci illusioni” (Is 30,10). E altrove: “I

profeti predicono in nome della menzogna e i sacerdoti governano al loro cenno;

eppure il mio popolo è contento di questo” (Ger 5,31). Questo vizio è sempre

detestabile, sempre e ovunque da evitare. La dissimulazione invece è una forma di

sospensione, per cui la pena o la correzione vengono rimandate, senza per questo

approvare interiormente l’errore, ma tenendo conto del luogo, del momento, della

persona. Se infatti il tuo amico commette uno sbaglio in pubblico, non lo devi

rimproverare subito e davanti a tutti; ma, considerato il luogo, devi dissimulare, anzi,

per quanto è possibile, salva restando la verità, devi scusare quello che ha fatto, e

aspettare di trovarti in un luogo privato e familiare per fargli il rimprovero che merita.

Così, quando una persona è occupata in molte cose, e si trova meno disposta ad

ascoltare, oppure per un qualche motivo è emotivamente turbata e piuttosto agitata, è

necessario dissimulare, fino a quando, finita l’agitazione, sia capace di accettare il

rimprovero con più serenità. Quando il re Davide, spinto dalla sensualità, aggiunse

all’adulterio un omicidio, il profeta Natan, rispettoso della dignità del re, non andò

subito né con l’agitazione nel cuore a rinfacciare a una persona così importante il

crimine commesso, ma dissimulando tutto per un tempo conveniente, riuscì con la

prudenza a strappare allo stesso re la sentenza che lo condannava (cfr. 2Sam 12,1-13).

 

L’amicizia e l’attribuzione degli incarichi

Marco: questa distinzione mi piace molto. Però vorrei sapere se un amico che gode di

un certo potere, ed è in grado di conferire onori e cariche a chi vuole, deve preferire in

queste promozioni quelli che ama e che lo amano, e se tra questi deve anteporre quelli

che ama di più a quelli che ama di meno.

Aelredo: È utile esaminare come si deve coltivare l’amicizia su questo punto. Ci sono

alcuni che ritengono di non essere amati se non vengono promossi a qualche carica, e si

lamentano di essere trascurati se non vengono scelti per qualche funzione di prestigio.

Questo modo di pensare – lo sappiamo bene – ha provocato grandi discordie tra persone

che si ritenevano amiche. Alla rabbia è seguita la separazione e alla separazione gli

insulti. Per questo, nel distribuire onori e incarichi, soprattutto ecclesiastici, bisogna

osservare molta cautela: non devi guardare a quello che tu puoi offrire, ma se l’altro è in

grado di sostenere quello che tu gli offri. Sono molte le persone che meritano di essere

amate, ma non per questo meritano di essere promosse; come sono molti quelli che

possiamo onestamente abbracciare con la dolcezza del nostro affetto, ma, se affidassimo

loro un incarico o un ufficio, faremmo un grave peccato noi, e metteremmo anche loro

in grave pericolo. In queste cose si deve sempre seguire la ragione, non il sentimento.

Non dobbiamo imporre onori o pesi sulle spalle di coloro che ci sono più amici, ma di

quelli che sono più idonei a portarli. A parità di capacità però non mi sentirei di

disapprovare una scelta in cui, in qualche modo, l’affetto si intrufola nella decisione.

Nessuno, quindi, deve sentirsi disprezzato se non riceve una promozione, dato che

anche il Signore Gesù in un caso simile preferì Pietro a Giovanni, e dando a Pietro il

comando non tolse certo a Giovanni l’affetto. A Pietro affidò la sua Chiesa, a Giovanni

affidò la sua carissima madre. A Pietro diede le chiavi del suo regno, a Giovanni aprì i

segreti del suo cuore.

Pietro, quindi, sta più in alto, ma Giovanni è più al sicuro. Pietro, benché costituito in

autorità, quando Gesù dice: “Uno di voi mi tradirà”, trema come gli altri e ha paura;

Giovanni invece, fatto audace dalla sua intimità con Gesù, sul cui petto stava reclinato,

visto il cenno di Pietro che vuol sapere chi è il traditore, ha il coraggio di interrogare.

Pietro, quindi, viene lanciato nell’azione, ma Giovanni è riservato per l’affetto, perché

“Così”, dice, “voglio che lui rimanga fino al mio ritorno” (cfr. Gv 21,22). Ci ha dato un

esempio, infatti, perché anche noi facciamo così.

Diamo all’amico tutto quanto è in nostro potere in amore, grazia, dolcezza, carità;

diamo invece gli onori futili e gli oneri a quelli che ci vengono suggeriti dalla ragione,

sapendo che uno non amerà mai veramente un amico se non gli basta l’amico così

com’è, e vuole in più da lui queste cose vili e spregevoli.

Però si deve anche stare molto attenti a negare un grande vantaggio perché ostacolati da

un affetto troppo tenero. Questo accade quando, presentandosi la possibilità di

impiegare meglio persone a cui siamo legati da un grande affetto, non vogliamo

separaci da loro né gravarle di pesi. Nell’amicizia ben ordinata la ragione deve

governare il sentimento, e si deve guardare non tanto al gradimento dell’amico, quanto

piuttosto al bene comune.

 

Il ricordo di due amici di Aelredo

Ora mi vengono in mente due miei amici che, se anche non sono più in questo mondo,

per me sono e saranno sempre vivi. Il primo me l’avevo incontrato agli inizi della mia

conversione, quando ero ancora molto giovane, ed eravamo diventati amici per una

certa somiglianza di carattere e d’interessi. L’altro l’avevo scelto io quando era ancora

giovanissimo, e dopo averlo messo alla prova in tanti modi, quando ormai cominciavo

ad avere un po’ di grigio sui capelli, lo accolsi in una profondissima amicizia.

Il primo l’avevo scelto come compagno per condividere con lui le gioie della vita

religiosa e le dolcezze dello spirito che allora cominciavo a gustare. Non ero ancora

oppresso da alcun incarico pastorale né distratto da preoccupazioni materiali. Non

chiedevo né davo altro che affetto, come vuole la carità.

L’altro, che avevo scelto ancora giovane, come assistente, lo ebbi come collaboratore

nelle presenti fatiche. Facendo, con l’aiuto della memoria, un confronto fra queste due

amicizie, direi che la prima poggiava soprattutto sul sentimento, la seconda sulla

ragione, anche se non mancarono né l’affetto nella seconda, né la ragione nella prima. Il

primo, perse la vita agli inizi della nostra amicizia, quindi potei solo sceglierlo, non

metterlo alla prova, come abbiamo detto che si deve fare; l’altro, che mi fu lasciato, l’ho

sempre amato dalla giovinezza all’età matura. Salì con me tutti i gradi dell’amicizia, per

quanto fu possibile alla nostra imperfezione.

La prima cosa che attrasse il mio sentimento verso di lui fu l’ammirazione per le sue

virtù. Venne dal sud, lo condussi in questa solitudine nordica, e fui il primo a formarlo

nella disciplina della vita religiosa. Da allora, vittorioso sulle sue debolezze, capace di

sopportare la fatica e la fame, fu per moltissimi un esempio e, suscitando l’ammirazione

di molti, divenne per me fonte di vanto e di soddisfazione. Ritenni allora di coltivare la

sua amicizia secondo i migliori principi, come era naturale fare con uno che non era di

peso a nessuno, ma risultava simpatico a tutti. Obbediva sempre con docilità, sempre

umile, mansueto, serio nel comportamento, di poche parole, ignaro di cosa fossero la

rabbia, il pettegolezzo, il rancore, la denigrazione.

Camminava come un sordo che non sente, e come un muto che non apre la sua bocca

(cfr. Sal 37,14). Lavorava senza temere la fatica, ossequiente all’obbedienza, portando

instancabilmente, nella mente e nel corpo, la severità della disciplina ascetica. Una

volta, ancora giovanissimo, essendosi ricoverato nell’infermeria, fu rimproverato dal

santo abate mio predecessore perché ancora così giovane si era abbandonato troppo

presto al riposo e all’inerzia. Divenne tutto rosso per la vergogna, e, uscito

immediatamente, si sottopose con tanto fervore alla severità della disciplina che per

molti anni, anche quand’era stremato da una grave malattia, non si permise mai di

allentare il rigore consueto. Queste cose l’avevano fatto entrare in modo eccezionale nel

più intimo del mio cuore, e l’avevano a tal punto introdotto nel mio animo che da

inferiore mi divenne compagno, da compagno amico, da amico… amicissimo.

Quando m’accorsi che nella grazia e nella virtù aveva ormai raggiunto diversi fratelli

più anziani di lui, udito il loro consiglio, gli affidai l’incarico di vice-superiore. Non era

certo questo il suo desiderio, ma, poiché si era votato interamente all’obbedienza,

accettò docilmente. Tuttavia, parlandomi in privato, cercò in molti modi di farmi

accettare le sue dimissioni, portando come ragioni l’età, l’inesperienza, e anche

l’amicizia che allora stava spuntando tra noi: temeva che in quella carica avrebbe avuto

meno possibilità di amare e di essere amato. Ma poiché, nonostante tutti questi tentativi,

non riusciva a ottenere niente, cominciò con piena libertà, anche se con umiltà e

moderazione, a rivelare i timori che nutriva per tutti e due, e a dire tutte quelle cose che

in me gli piacevano di meno, sperando, come mi confidò in seguito, che questa sua

presunzione mi avrebbe offeso, e così mi sarei piegato più facilmente nel concedergli

quanto mi chiedeva.

Questa sua libertà di cuore e di parola invece ebbe solo l’effetto di portare al vertice la

nostra amicizia: lo volevo come amico, e non come uno qualsiasi. Si rese conto che

quello che aveva detto mi rendeva felice e che avevo risposto umilmente ad ogni singola

osservazione, dandogli soddisfazione in tutto, e che non solo non avevo trovato motivo

alcuno di offendermi, anzi, ne avevo tratto frutti più abbondanti. Allora cominciò anche

lui ad amarmi più di prima, a manifestarmi il suo affetto, a riversarsi interamente nel

mio cuore. Tutto questo dimostrò a me la sua sincerità e a lui la mia pazienza. Anch’io,

dandogli il contraccambio, quando si presentò l’occasione, ritenni di doverlo riprendere

con maggior severità, non risparmiandogli parole che sembravano insulti, ma questa

mia sincerità non lo rese né impaziente né ingrato. Allora cominciai a rivelargli i miei

propositi più intimi, e lo trovai fedele.

Così tra noi si perfezionò l’amore, si accese l’affetto, si rafforzò la carità, fino a che si

giunse ad avere un cuor solo e un’anima sola, a volere o non volere le stesse cose in un

amore che non conosceva paure, che ignorava l’offesa, era privo di sospetti, detestava

l’adulazione.

Non c’erano fra noi finzioni o simulazioni, nessun sentimentalismo, nessuna asprezza

sconveniente, nessuna tortuosità e nessuna falsità. Tutto era chiaro e aperto, al punto che

talvolta mi sembrava che il mio cuore fosse il suo, e il suo il mio, e questa era anche la

sua consapevolezza. Procedendo così, per la via diritta dell’amicizia, la correzione non

suscitava indignazione, né il consenso diventava compiacenza. Per cui, dimostrandosi

amico in tutto, egli mi offriva, per quanto poteva, pace e serenità. Era lui a esporsi ai

pericoli e ad affrontare gli ostacoli sul nascere. A volte, quando era già malato,

desideravo dargli un po’ di sollievo; lui però me lo proibiva, dicendo che dovevamo

stare attenti a che il nostro amore non fosse misurato in base a un vantaggio materiale, o

che il gesto fosse attribuito più al mio affetto umano che alla sua reale necessità, cosa

che avrebbe svalutato la mia autorità. Era come la mia mano, il mio occhio… il bastone

della mia vecchiaia.

Era il cuscino su cui si riposava il mio spirito, il sollievo delle mie sofferenze. Quando

ero stremato dalle fatiche, mi accoglieva nel suo amore; se ero immerso

nell’abbattimento e nella tristezza, le sue parole mi ridavano fiducia. Se ero agitato mi

riportava alla calma; se ero adirato mi riportava alla serenità. Se capitava qualcosa di

triste, lo riferivo a lui, per poter sostenere più facilmente, unito a lui, quello che da solo

non riuscivo a sopportare. Che altro posso dire? Non è stato forse un pregustare la

felicità del cielo questo modo di amare e di essere amato, di aiutare e di essere aiutato;

questo prendere slancio dalla dolcezza della carità fraterna per volare in quel luogo

altissimo dove brilla lo splendore dell’amore di Dio e, sulla scala della carità, ora salire

verso l’abbraccio di Cristo stesso, ora scendere all’amore del prossimo per una dolce

pausa di riposo? Se in questa nostra amicizia, di cui ho parlato per mostrarvi un

esempio, trovate qualcosa da imitare, servitevene per il vostro vantaggio.

CONCLUSIONE

Ora per concludere questo nostro colloquio, anche perché il sole sta tramontando, credo

che siete convinti che l’amicizia nasce dall’amore. Se uno però non ama se stesso non

può neanche amare un altro, perché l’amore del prossimo si costruisce sul modello

dell’amore con cui uno ama se stesso. Ma non ama se stesso colui che esige da sé o si

propone qualcosa di turpe e di disonesto.

Il primo passo dunque consiste nel purificare se stessi, non indulgendo a niente che sia

indegno, né togliendo nulla di quanto può essere utile. Chi ama se stesso in questo

modo, può amare anche il prossimo, seguendo la stessa regola. Ma dal momento che

questo amore abbraccia molte persone, dobbiamo scegliere tra queste chi possiamo

ammettere con un vincolo più familiare nell’intimità dell’amicizia riversando

abbondantemente il nostro affetto, aprendo il nostro cuore fino a mettere a nudo, i suoi

pensieri e i suoi desideri più profondi.

La scelta va fatta però non dietro l’impulso instabile del sentimento ma con l’acutezza

della ragione, in base alla somiglianza dei temperamenti e tenendo conto delle virtù.

Offriamoci generosamente per l’amico quindi, evitando ogni superficialità. Tutto deve

portare alla gioia, né devono mancare l’aiuto, il rispetto e la cortesia che nascono da una

benevolenza e da una carità ben ordinate.

Mettiamo alla prova la fedeltà dell’amico, la sua onestà, la sua pazienza. Quindi

passiamo gradualmente alla comunione dei pensieri, all’impegno costante nei comuni

interessi, arrivando fino ad una certa conformazione nell’aspetto. Gli amici, infatti,

devono essere così conformi che, appena uno vede l’altro, anche l’aspetto del volto di

uno si riflette in quello dell’altro, sia quando è triste e abbattuto, sia quando è sereno e

gioioso.

Dopo averlo scelto e messo alla prova, accertati che non voglia chiederti niente di

sconveniente, né, se richiesto, accordartelo. Verifica se ritiene l’amicizia una virtù, e

non un affare redditizio, se rifugge dall’adulazione e detesta le lusinghe, se è sincero e

discreto nel parlare, se accetta con pazienza la correzione, se è costante e saldo nel voler

bene. Solo allora gusterai quella dolcezza spirituale che fa dire: come è bello e quanta

gioia dà vivere insieme, da fratelli (cfr. Sal 132,1). Allora vedrai quanto ci si guadagna a

soffrire l’uno per l’altro, a faticare l’uno per l’altro, a portare l’uno i pesi dell’altro,

quando ciascuno trova dolce dimenticare se stesso a favore dell’altro, preferire la

volontà dell’altro alla propria, andare incontro alle necessità dell’altro prima di pensare

alle proprie, esporsi e opporsi alle avversità per risparmiare l’amico. E nello stesso

tempo quanta dolcezza nel parlarsi, nel raccontarsi progetti e pensieri, esaminando tutto

insieme, e in tutto convergendo su uno stesso parere.

Oltre a questo poi c’è il pregare l’uno per l’altro, una preghiera che, venendo da un

amico, è tanto più efficace quanto più carica di affetto si eleva a Dio insieme alle

lacrime, generate dal timore o dall’affetto o dal dolore. Così, un amico che prega Cristo

per conto dell’amico, e desidera essere esaudito da Cristo per amore dell’amico, finisce

per dirigere su Cristo il suo amore e il suo desiderio. Succede allora che rapidamente, in

modo impercettibile, si passi da un affetto all’altro e, con la sensazione di toccare da

vicino la dolcezza di Cristo stesso, l’amico cominci a gustare e a sperimentare quanto

egli è dolce è amabile.

In questo modo, da quell’amore santo con cui si abbraccia il proprio amico, si sale a

quello con cui abbracciamo Cristo stesso: si afferra così, nella gioia, a piene mani, il

frutto dell’amicizia spirituale, nell’attesa di una pienezza che si realizzerà nel futuro

quando, eliminato quel timore che ora ci tiene in ansia e ci fa preoccupare l’uno per

l’altro, vinte tutte quelle avversità che ora dobbiamo sostenere l’uno per l’altro, distrutto

insieme alla morte il suo pungiglione (cfr. 1Cor 15,54-55), che ora spesso ci sfianca e ci

costringe a soffrire l’uno per l’altro, raggiunta la sicurezza, godremo per l’eternità del

sommo bene. Allora questa amicizia, alla quale ora ammettiamo solo pochi, sarà

trasfusa in tutti, da tutti rifluirà su Dio, e Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28).

La traduzione dai testi latini presi in esame ha richiesto un impegno non indifferente e,

considerata l’importanza e la perenne attualità del tema, si è optato per una traduzione

dinamica, cioè particolarmente rispondente alla mentalità e al linguaggio odierni. Questa scelta,

senza dubbio, ha imposto un certo distacco dall’originale, tuttavia ha reso possibile la stesura di

un testo più comprensibile e scorrevole e, almeno in linea teorica, immediatamente recepibile

dal lettore comune. Sono state eliminate, per esempio, le ridondanze e i pleonasmi tipici della

lingua antica; sono stati sostituiti – per quanto possibile – i modi di dire tipici dell’epoca con quelli

attuali; gli stessi nomi di persona – eccetto quelli storicamente noti – sono stati sostituiti con nomi

più attuali. Indubbiamente è un’operazione che si presta a non poche critiche, soprattutto dal

punto di vista del rigore letterario, per cui è doveroso invitare il lettore alla consultazione del

testo latino (MIGNE PL 195, 659-702). L’auspicio è che questo lavoro risponda al fine che si era

proposto il nostro amico Aelredo. Nonostante questo sforzo di semplificazione e di

attualizzazione il lettore deve tenere presente la statura spirituale e culturale del testo che

rimane sempre ad un livello tutt’altro che “comune”. È facile cadere nel rischio di grossolane

banalizzazioni o di vuoti sentimentalismi. La comprensione dell’amicizia spirituale, cioè della

vera amicizia, richiede una grande profondità d’animo e un serio livello di vita spirituale.

Un’amicizia che non si radica in una solida vita spirituale e in un’autentica esperienza di fede

non potrà mai essere una vera amicizia. L’amicizia di cui parla Aelredo è una delle esperienze

più alte che una persona possa fare nella sua vita: è Cristo stesso che si rende visibile e

presente attraverso il nostro amico e ci accompagna per tutta la vita. Pochi decenni dopo, nel

1223, Francesco d’Assisi nella sua Regola bollata scriverà: “Ovunque sono e si troveranno i

frati, si mostrino familiari tra loro. E ciascuno manifesti con fiducia all’altro le sue necessità,

poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, con quanto più affetto uno deve amare e

nutrire il suo fratello spirituale?” (RegB 6,7-9: FF 91).

P. Antonio ATZENI

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