Nel mondo della musica odierno è difficilissimo venire notati se non si possiede il famoso che che si vuole, alcuni lo chiamano talento, altri genio e altri ancora, negli ultimi anni, fattore X; però anche se queste cose le possiedi tutte e tre è altamente possibile che tu la ribalta non la veda mai, nemmeno col binocolo.
Nel caso di Noah Gundersen, semisconosciuto (perlomeno qui a Roma dove non si riesce a trovare un solo disco ) e giovanissimo cantautore americano che si autodefinisce l’antitesi della società attuale, questo teorema è pienamente dimostrato.
Nell’ultimo disco, Family, che per la cronaca è uscito lo scorso agosto e che potete ascoltare legalmente seguendo il link, Noah ci ha messo tutto quello che è creando un lavoro d’impatto, che non conquista al primo colpo ma ti resta a ronzare in testa finchè non realizzi:” Forte il ragazzo!”.
Nel mio caso galeotta fu la serie TV Sons Of Anarchy e chi la trasmise poichè durante un episodio della quale mi è capitato di ascoltare, e impazzire realmente e virtualmente per capire chi la cantasse, la canzone David che apre il disco Family, appunto.
Gundersen è un musicista ordinato e raffinato che non lascia prendersi dalle emozioni ma che le crea in chi ascolta i suoi arpeggi di chitarra o la sua voce calda; un ragazzo lontano dai riflettori del successo, puntati su artisti più “appariscenti”, con un talento educato, mai sopra le righe e piacevole come un sonnellino pomeridiano in un giornata invernale.
Un pennichella che il sonno non te lo toglie ma che ti ristora giusto quella mezz’oretta prima di affrontare gli impegni del pomeriggio.
Insieme alla sorella violinista Noah ha fatto un gran disco con un tema sfruttato da quasi tutti, la famiglia, e l’ha fatto nell’unico modo in cui nessuno l’aveva fatto, con semplicità e tranquillità.
Se il mondo della musica è un gigante, lui vuole essere come Davide.


Michele, per le caratteristiche che hai delineato, si può definire un artista atipico. Uno che suona per il semplice piacere di suonare e non per inseguire sogni di gloria o successo. In più ha uno stile che ricorda Eddie Vedder e che personalmente apprezzo molto. Bel post!
Finalmente un po’ di tempo per la buona musica! Ho letto con gran piacere il tuo pezzo, Mick. E devo confermare ancora una volta: siamo in pieno stile Paolino. Forse è il caso che spenda qualche parola a chiarimento, anche per non rischiare fraintendimenti (come l’ultima volta
). Lo stile Paolino, a mio modo di vedere, consiste essenzialmente in una mistura di alternative, folk americano (anche se ti piacciono gli inglesi, io vedo molta america rurale nelle cose che ascolti), grunge e post-grunge, reminiscenze seventies più tendenti all’acusticheggiare che all’elettrico, solitudine e malinconia virile, impegno sociale…e in poche parole sei un figlio (consapevole o meno) di Crosby, Still & Nash, di Neil Young e della The Band, padre ancestrale delle tue influenze è Bob Dylan…anche se, sempre a mio modo di vedere, non sei ancora troppo convinto di tutto ciò. Forse perchè questi ultimi artisti da me citati hanno quel retrogusto troppo vintage che tu hai ormai stemperato con dosi massicce di Vedder & Co. Poi potrei anche sbagliarmi, e questa è solo una fase della tua vita…magari perchè non hai una band e suoni da solo a casa, conseguentemente prediligi le sonorità più “appartate”… non so dirti… Venendo a Noah, ti faccio i complimenti per l’articolo. L’artista è interessante, avevo letto qualcosa sulle riviste specializzate, ma non avevo ascoltato ancora nulla. Buon lavoro.
Grazie per la psico-musical-analisi…
Devo dire che è vero che il grunge e il folk, specie se mischiati insieme, mi piacciono molto e rappresentano sicuramente il mio genere di riferimento..si la scena inglese mi ha sempre affascinato assai, specie per sperimentazione e sonorità e anche Dylan, se non fosse stato un paraculo fatto e sputato durante tutta la sua carriera, mi stuzzica non poco, specie nei brani più folk come Subterranean Homesick Blues o The Times They’re A Changin’ ma ultimamente ad interessarmi maggiormente sono le atmosfere ipnotiche dai testi molto particolareggiati, vedi 16HP (tanto per cambiare) ma anche questo Gundersen o i Cave Singers (di prossima pubblicazione): tutta musica più o meno contemporanea ed è questo che mi sorprende, io che sono stato un musicofilo conservatore attaccato ai classici sto prediligendo sempre di più queste nuove sonorità un pò di nicchia…
Ma forse il trucco per sopravvivere è proprio cedere al mutamento..