L’incanto potente e misterioso di Steven Wilson

L’atmosfera progressive, storicamente così raffinata e distaccata nel suo modo di avvolgere i confini della realtà, si ricopre di piccoli e screziati accenni di istanze contemporanee, sfiorando persino il metal.

Tuttavia le caratteristiche che sono i punti di forza del genere prog restano salde e inalterate. Steven Wilson - che è anche songwriter, chitarra e voce del gruppo Porcupine Tree – crea nella sua mente questo strano e improbabile connubio tra mondi e modi, all’apparenza abbastanza distanti.

In questa surreale lotta, prevale la dolcezza estatica del tragico momento dell’annegamento (Grace for Drowning). Dolcezza che però “si corrompe” e si lascia attraversare da raggi possenti, quelli che filtrano sulla superficie dei flutti, per donare gli ultimi istanti di energia, al solo scopo di esaltare maggiormente il vigore delle singole note.

Non dobbiamo infatti immaginare che Grace for drowning sia un’accozzaglia di suoni informe e priva di senso.

La tendenza di questo album volge decisamente verso gli anni ’60 e ’70 , periodo preferito da S. Wilson.

 

Un percorso di sperimentazione e di innovazione, un cammino interiore che si avvale dell’uso di vari strumenti.

Dal piano, suonato magistralmente da Jordan Rudess (dei Dream Theater), alle chitarre, sempre immancabili nei lavori di Wilson, per poi passare al sax di Theo Travis e al clarinetto di Ben Castle; e naturalmente lo storico basso elegante e fiero di Tony Levin.

Queste collaborazioni sono fondamentali per dare forma e sostanza alle poliritmie che saltellano nella mente di Wilson.

Il languore e la potenza, la forza, la rabbia e l’assoluta quiete…così si susseguono i più diversi stati d’animo.

Il lavoro si compone di due cd. Il primo è introdotto dal piano e, come un sonno antico, si ridesta dal torpore “Grace for drowning”, cullato dalla visionaria trama di “Sectarian”.

Pezzo strumentale maestoso quest’ultimo, dal ritmo imponente, in cui si fanno largo tra incastri di sax, basso e distorsioni chitarristiche, anche mellotron e hammond, in modo da costruire una nicchia densa e solida su cui si poggerà “Deform to form a star”.

E se in tutto l’album è comunque sempre latente l’ispirazione data dalla scena di Canterbury, è forse in questo brano che il suo eco si riverbera maggiormente, insieme alle amate tonalità alla Pink Floyd.

Delicata e magica, ariosa, ma al tempo stesso intensa. Da segnalare la presenza di due assoli di chitarra.

L’incipit anarchico di “No part of me” ha il fine di accompagnare l’ascoltatore nello spaziale ed ingannevole giro di ambient; ingannevole perché serve ad introdurre un riff heavy metal, celando quindi, al suo interno, il lato aggressivo. Il tutto grazie al sapiente uso dell’elettronica, che non è mai fuori luogo.

Le soluzioni armoniche originali (si ascolti l’arrangiamento di archi) riescono a rendere interessante e gradevole anche la piega pop che assume la romantica “Postcard”.

Il modo di porsi e di fare tipicamente inglese impregna tutto il sound dell’album. Basta porre un po’ di attenzione per riuscire ad apprezzarne perfino il profumo!

Come in “Remainder the black dog” (ultimo brano del primo cd) dal ritmo claustrofobico e incalzante.

Tutto in crescendo, in esso si condensa pienamente lo stile di Wilson, che in questo caso predilige il prog-metal macchiato di jazz.

Un’epica lotta tra batteria (con contro tempi), fiati (in quelle note distorte di sax) ed elettronica; e la linea di piano che riconduce ad un’apparente calma. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il secondo cd è introdotto dall’arpeggio della chitarra di “Belle de jour”. Aspetto scrupolosamente organizzato: infatti il volume 1 (che ha per sottotitolo “Deform to form a star”) prende avvio per mezzo del pianoforte, mentre nel volume 2 (intitolato “Like dust I have cleared from my eye”) si opta, appunto, per le corde della chitarra. I due strumenti sono i preferiti di Wilson.

L’aria di libertà che si respira nel primo brano lascia spazio alla sperimentazione allo stato puro che si materializza attraverso i suoni dilatati e spaziali di “Index”.

Non si sa mai cosa aspettarsi dall’elaborazione mentale e dall’abilità esecutiva del nostro.

Ed ecco che tutta la sua magniloquenza ci riserva i 23 minuti di “Raider II” – che si riallaccia a “Raider prelude” del primo cd).

Brano denso e poliedrico che rimanda a “Cirkus” dei King Crimson.

Una corsa elettronica di tastiere e chitarre, di chitarre e tastiere su un tappeto di percussioni, in cui ogni tanto si frappone il sax a dare una pennellata jazz, come a voler dipingere un sentiero costellato di suggestione fusion.

Per riprendere fiato, glissiamo su “Like dust I have cleared from my eye”.

Una ballad luccicante che prende consistenza passo dopo passo per aprirsi sulla libertà e sulla malinconia, attraverso accordi che esprimono stati umorali mutevoli.

Ci si riscopre nuovamente cullati dalle onde del mare.

Il riuscito ensemble di jazz, metal (a tratti) e rock-prog rende questo lavoro ricco di creatività e di indubbia passione.

Il coraggio di tessere una trama che unisca gusto retrò e psichedelia stupisce in maniera inevitabile, facendo sì che gli asmatici frangenti vintage si riscoprano multicromatici.

 

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    5 pensieri su “L’incanto potente e misterioso di Steven Wilson

    1. Fortissimo questo artista….non è facile farsi strada con musica così particolare..somiglia a Damien Rice

    2. Album capolavoro, occorre acquistarne il vinile! Brava Ire, era ora (ire era ora), dopo i kasabian e i kaiser chiefs, temevo toccasse a Kanye West o ai Killers…

    3. Ahahahahahah Gaetano… :-P
      Felice che vi sia piaciuto…Wilson è davvero un piccolo genio…
      Michele, ma ti riferisci a qualche brano/album di Damien Rice? Perchè, la musica di Rice che conosco io, secondo me, tende più verso il pop, rispetto al sound di Steven Wilson…

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