La sensazione è quella di ascoltare i Coldplay ma con i ritmi degli anni 50, il bello è che si tratta di una band americana originalissima, classificata nel quadro sempre più variegato del folk rock d’autore, dalle sonorità ammiccanti, delicate e piacevoli
Il folk rock in chiave moderna non è mai stato così coinvolgente, specie se poi ci aggiungiamo degli accenni di pop melodico ma non troppo, una voce che ricorda i frontman delle beat band della British Invasion e un ritmo incalzante come le ballate country targate USA: sarebbe riduttivo usare solo queste parole per descrivere l’arte sonora dei Fleet Foxes, un vero e proprio fenomeno che partendo dalle nicchie americane sta conquistando le fini orecchie europee, o almeno quelle che di musica qualcosina masticano.
Robin Pecknold e Skyler Skjelset cominciano l’avventura nel 2006 ma devono passare 2 anni prima della pubblicazione del primo album (omonimo) dei Fleet Foxes che contiene pezzi molto interessanti e essenziali per valutare una cifra tecnica incredibilmente matura nel suo anacronismo concettuale e stilistico.
Il disco si apre con, Sun It Rise, un brano molto piacevole con la chitarra acustica di Pecknold che passa da accordi blues a giri di country respiro dopo respiro e con i cori che passano dal gospel al melodico passaggio dopo passaggio: il sole si alza su una band molto interessante.
Le perle del primo lavoro dei Fleet Foxes sono però la splendida White Winter Hymnal, che procede con un canto popolare, quasi una canzoncina natalizia ma, con un ritmo incalzante e delicato, e la bellissima Tiger Mountain Peasant Song dalle sonorità ipnotiche in cui è piacevolissimo lasciarsi andare e vagare con la fantasia.
Particolarmente interessanti sono anche He Doesn’t Know Why e Your Protector. La prima è uno spettacolo nel suo susseguirsi di suoni che si aggiungono e si sottraggono ai cori creando un’equazione auditiva la cui soluzione è unica ed evidente: questi ci sanno fare. L’altra, con il suo procedere calmo ed evocativo, che poi cresce di strofa in strofa fino a fondersi in una specie di reggae colto, ricorda forse un po troppo da vicino i Coldplay ma senza la prolissità stilistica e stitica che sta minacciando la musica di Chris Martin e soci.
Nel 2011 i Fleet Foxes hanno pubblicato il loro secondo album dal titolo Helplessness Blues, di cui vi faccio ascoltare la title track



Bell’articolo, quasi quasi rivedo le mie posizioni sostenute su questa band…
Molto eleganti, di una raffinatezza difficile da trovare tra le band americane più note (la maggior parte suonano un tipo di musica più diretta e d’impatto). Questo loro stile garbato e quasi sussurrato ricorda davvero i Coldplay, sono d’accordo con te. Come sempre Michele, gran bel post
Sono curioso Gaetano: quali sono le tue posizioni sostenute?