Il sole probabilmente s’era già levato da un bel pezzo, pur nell’incoscienza di chi abita sotto le plumbee nubi di un contingente freddissimo Febbraio. Atto di fede infatti faceva Giancarlo Arriostio, ex dipendente di una impresa di decorazioni torte nuziali, da pochi giorni in attesa di entrare in cassa integrazione. Doveva mantenere un fratello disabile, una moglie e un figlio, dunque non aveva mai avuto tempo per pensare agli astri visibili, invisibili o immaginabili. Ora, tutto d’un tratto, si ritrovava colmo di tempo libero, e invece di pensar alla volta celeste, si era messo in testa di far saltare in aria i figli appena dodicenni del suo vecchio datore di lavoro, Ippolito Del Vescovo. Brutto nome, diceva, sin dal cognome, che gli ricordava spesso le ruberie ecclesiastiche e gli indecenti silenziosi assensi alle politiche governative. Sì, ci voleva una bomba…e puff…in aria la prole dell’aguzzino. A che serviva? A niente, lo sapeva anche lui, ma era una questione di soddisfazioni ormai. Addirittura vagheggiava sogni insurrezionali e già si vedeva attorniato da adepti… “Ci chiameremo i figli del ‘89…come in quel libro!”
La scusa delle sigarette per non insospettire la moglie era fatua, accertato l’astio dell’Arriostio per il fumo e l’anidride carbonica. Ma la moglie era così assuefatta da certe cose in TV, che non vi badò. Così si trovò in strada, in pochi attimi…una bomba! Una bomba? Come si costruisce una bomba? La più facile, forse la molotov? Una bottiglia, uno straccio e del liquido infiammabile…e i bambini che giocano tra la neve sono all’altro mondo in pochi minuti, pochi ma trascorsi con sofferenza, così li voleva Giancarlo. La neve? Già la neve…
Antonio Magnanino, un barbone del luogo, molto affezionato all’alcool, benvoluto dai ragazzini quanto deprecato dagli adulti, si era alzato dal letto che gli era stato offerto per la notte da don Santone. Aveva lasciato il suo bel cartone, sotto parecchi centimetri di neve. Il sagrestano subito aveva offerto la colazione, latte e biscotti, ma il Magnanino faceva colazione con ben altro e dunque declinò l’invito. Indi decideva di uscire a “prendere aria”…a dirla tutta era intenzionato a recarsi in quella piccola botteguccia paesana che veniva impropriamente detta supermercato, per acquistare un po’ di combustibile da ugola…
Giancarlo Arriostio era a corto di benzina, come non poteva essere altrimenti. I distributori erano chiusi da giorni, causa neve. Rubarla dalle macchine posteggiate? Doveva prima spalare i metri di neve che le ricoprivano.
Lo zippo si accese al primo tentativo e in pochi attimi il fumo della sigaretta si mise a largheggiare nell’ambiente chiuso, mentre Giorgio Hladìk – professore di educazione fisica in pensione – se lo rigirava tra le dita per osservarlo bene. Non aveva mai visto un accendino prima, prima dell’inizio della scorsa settimana. Non perché non avesse mai fumato, intendiamoci, anzi, fumava da almeno sessant’anni. Il punto è che lo Hladìk aveva inspiegabilmente acquistato il senso della vista solo nell’ultima settimana, da quando aveva iniziato a nevicare sì copiosamente. Cieco dalla nascita, adesso malinconicamente, da qualche giorno, non faceva che contemplare le cose apparentemente più inutili, per uno che ha sempre visto: le rughe dell’intonaco nei muri quasi appoggiando l’occhio, il color del legno verniciato delle ante di un mobile, per l’appunto l’accendino, e così via. Tutte cose inesistenti, sino a qualche giorno prima. I problemi psicologici maggiori derivavano dal ridimensionamento delle aspettative. Mi spiego meglio: nel corso degli anni si era fatto convincere dai suoi interlocutori che le stanze non erano infinite, così come a lui apparivano nel buio senza principio né fine, ma ben determinate in uno spazio. Atto di fede, sino a quando non aveva constatato la finitudine degli oggetti e degli spazi. Tuttavia, si trattava di limiti ben diversi da quelli che si era immaginato sino ad allora.
Non c’era benzina, ma poteva esser utile l’alcool…ma sì, un buon superalcolico, perché non ci aveva pensato prima, che imbecille, si diede una manata in fronte l’Arriostio. Nel frattempo Antonio Magnino lo salutava – non lo conosceva, se non di vista, ma era l’unico essere vivente incontrato per strada – e si dirigeva verso il supermercato. Con passo svelto Giancarlo Arriostio superava il beone, faceva ingresso nel discount e orientava lo sguardo verso lo scaffale degli alcolici.
Non aver mai mirato le stelle e non fidarsi di chi le vanta a meta finale di un inferno personale, sottintende la loro inesistenza. In un mondo di ciechi solo un eretico si azzarderebbe a dichiarare la volta stellata. L’evidenza del sole assente era l’unica certezza di questi dolenti e funesti nuovi giorni a colori pallidi del Hladìk.
Don Santone e i suoi accoliti lo deprecavano per questa sua dannata religione del bere. Ma che ci poteva fare Magnanino – soprannominato Moschino – se a lui piaceva il vino ed i sui compari? Le fiamme dell’inferno avrebbero attecchito prima sul suo corpo infiammabile? Pazienza… Meglio una bottiglia oggi che la contemplazione celeste domani.
Gli scaffali vuoti…colpa delle neve. La popolazione aveva fatto scorta di tutto, persino il reparto piante ornamentali finte era a secco.
Giancarlo Arriostio arrivava allo scaffale degli alcolici contemporaneamente a quel barbone cui non aveva risposto al saluto.
Birra? Che se ne faceva di birra il Moschino? Quella va bevuta fresca… Vino finito! Whiskey? Perfetto, il whiskey sarebbe stato perfetto! E invece c’era solo birra.
I motivi insurrezionali si facevano sempre più insistenti tra gli scopi ideali che andava prefiggendosi l’Arriostio, mano a mano che scrutava tra le immense ed infinite schiere di birra, da 33 Cl. , da 66…come si può fare una molotov con la birra? I suoi sogni per un moderno, inedito Quinto Impero andavano infrangendosi sul muro delle basse gradazioni alcoliche.
Non aveva niente da leggere Giorgio Hladìk, niente di leggibile con occhi. Tutto il suo patrimonio in braille era insignificante ora, al giudizio del suo nuovo senso. Quasi gli veniva da ridere al pensiero. Aveva anche licenziato tutti gli inservienti e le cameriere, gli infermieri e chiunque lo aveva aiutato sino a pochi giorni prima nella sua anziana cecità abituale. Girovagando da solo per le stanze, vuote, definite nella spazialità, si avvide che uno di quei poveri disgraziati licenziati in tronco, aveva dimenticato un libro sul comodino.
In preda al nervosismo e alla smania di indire una nuova Crociata, di genere diverso rispetto le precedenti gerosolimitane, Giancarlo si voltò repentinamente a destra e a sinistra per cercare un commesso e chiedergli:
«Mi serve qualcosa per costruire una bomba…può aiutarmi?».
«Dipende da che tipo di bomba!», rispose il dipendente del supermarket.
«Una di quelle cose, come si chiamano…una di quelle che prendono nome dal suo ideatore e inventore…una molotov, sì ecco, una molotov!».
«Eh no, caro signore», rispose sempre il lavorante «Lei è estremamente impreciso. Molotov era il ministro degli esteri e nonché vero recapito simbolico di quelle bombe di origine finnica. Lei sottovaluta completamente le potenzialità ironiche di quel momento suscitatore…».
«Senta, io sono nuovo del mestiere, non so che dirle di queste cose! Avete del liquido infiammabile?».
«Mhmhmh, se lo dice lei! Ha provato con la benzina?».
«Finita…per favore, si sbrighi!».
«Lei dunque crede di poter preparare una molotov con una bevanda alcolica, se deduco bene, no? Si renderà conto che ha necessità assoluta di procurarsi un superalcolico ad alta gradazione. Non le so dire se basta una grappa, essendo non troppo pratico di rivoluzioni. Beh, le dirò che anche qui i rifornimenti scarseggiano…eppur tuttavia dovrebbe esserci una ultima bottiglia di alcool puro…ottimo per preparare il limoncello o il mandarinetto…ecco, proprio quella che sta pagando quel signore vestito di stracci.».
Di che libro si trattava? Che leggeva la sua servitù? Ma Hladìk non aveva potuto decifrare nemmeno il titolo, non sapendo far scorrere i suoi occhi al fine di interpretare e comprendere il significato dei caratteri scritti. Dunque non ebbe il coraggio neanche di sfogliare quelle pagine impiastricciate di mistici geroglifici per lui insignificanti. Riuscì solo a voltare la copertina, la prima pagina bianca, una seconda pagina con una grosso disegno stilizzato in nero che, deducendo spunti dalla forma grafica adottata nei libri in braille, doveva essere il titolo del volumetto in questione. Girò schifato anche quella pagina – intuendo il dramma – e si soffermò nell’osservare l’ennesima pagina bianca con in fondo delle piccole macchie nere. Mise un segnalibro, avrebbe chiesto a qualcuno cosa significasse, prima o poi.
Giancarlo Arriostio non era riuscito ad acquistare quella bottiglia di alcool puro. Il Magnanino l’aveva già bevuta tutta, prima di sentir l’offerta. Il Quinto Impero di Giancarlo Arriostio era fallito dopo appena cinque ore di preparazione. Non gli restava che tornarsene a casa…
Così vagò per un po’ sino a quando un raggio di sole filtrò tra le nubi come a volergli indicare un punto.
Hladìk sanguinava dagli occhi, aveva dovuto accecarsi, strapparsi le pupille, in preda al panico per quella strana e orribile sensazione che lo aveva avvolto, quando le nubi si erano aperte per un piccolo tratto. Adesso, dolorante, si era scaraventato fuori casa in cerca di aiuto. Poi, inciampando su qualcosa/qualcuno, cadde a terra, rendendosi conto di aver ancora in mano quel libro.
Giungeva in quel preciso momento Giancarlo Arriostio. Non poté far a meno di sussultare per la sorpresa di vedere il barbone riverso in terra privo di sensi, ma beatamente sorridente. Ed un vecchio signore cui grondava sangue dagli occhi che chiedeva aiuto.
«Cosa succede, che succede? Chiamo una autoambulanza?…aspettate…».
«Fermati, ti prego, aiutami…prendi questo libro…dimmi come si intitola!», chiese Hladìk.
«…eh, cosa?!?».
«Il libro!!!», urlava il cieco «Il libro!!! Come s’intitola?».
«…ah, sì, qui c’è scritto “Discussione”…di Jorge…».
«Lo so di chi è Discussione, vai dove c’è il segnalibro e leggimi ciò che c’è scritto».
Giancarlo aprì il libro e cominciò a leggere:
«Quando s’attua, un atto in sé e per sé non è né bello, né brutto. Il gesto nostro attuale, che so, bere, o cantare, o intrecciare parole, non è, nella sua piena autonomia, bello: tale risulta nel suo attuarsi, e nel modo in cui si attua. Pausania, Simposio…».
L’Arriostio non era sicuro di aver capito il senso, ma a questo punto comunque non poteva più ritornare a casa. Occorreva sparire, svanire nel nulla, e poi – un giorno – forse riprovarci.


















Gran bel racconto. Sono contento di aver contribuito con la foto che (i lettori ci credano o no) non è stata scattata all’uopo. Tornando al racconto ti dico che me lo sono sorbito come una tazza di cioccolata calda, con gusto e calma. Mi è piaciuto davvero.
Grazie Mick, gentilissimo! Ancora complimenti per la foto!!! …e sempre buona “cioccolata”!!!