Caterina Vallissèra. 51: Il ricatto.
Un pomeriggio del dicembre 1943 arrivò in canonica un uomo sui 40 anni, vestito di un lungo soprabito di pelle marrone, con un cappello grigio ornato da un nastro di raso dello stesso colore. Se non fosse stato per quella montura da agente del controspionaggio, l’uomo sarebbe apparso del tutto normale. Media statura, tratti regolari, sguardo mobile, accomodante. In canonica Dino era solo. L’uomo fece l’atto di entrare prima di essersi presentato ma Dino occupò tutta l’anta della porta.
- Don Alfredo è a Pistoia, se è per una messa potete dire a me.
- Cerco il maestro Dino Vailati.
- Sono io. Voi chi siete?
- Sono un funzionario della Repubblica Sociale, Ufficio Affari Ebraici. Sapete, quel palazzo di via Martelli, appartenuto agli Errera.
- No, non so.
Dino continuava a tenere l’uomo sulla porta.
- Fareste meglio a farmi entrare, tenente Vailati, studioso di archivi ecclesiastici.
Dino si fece da parte. L’uomo entrò.
- Chiamatemi Aldo. Basterà per i nostri affari.
- I nostri affari?
- Sapete, tenente, quando il prete di Ognissanti mi ha detto di un ufficiale che aveva chiesto i registri dei battesimi, delle cresime e delle comunioni di quella parrocchia, mi è venuta la curiosità di saperne di più. Ero lì per requisire i registri. Li ho presi e, in ufficio, ho dato un’occhiata.
- E allora?
- Mancavano delle pagine.
- E allora?
- Sentite, tenente, siate più conciliante. Potrei ammanettarvi e interrogarvi a mio piacimento, magari nelle sede delle SS.
- Intanto dovreste ammanettarmi. Poi, non vedo come un impiegato in bicicletta potrebbe portarmi da qualche parte. Infine, tenete conto che sono un ufficiale della Regia Artiglieria, decorato sul campo. Sapete che a suo tempo anche l’eccellenza Pavolini ebbe cura della mia sorte?
L’uomo sembrò riflettere. Aveva tutto un incartamento su Vailati, dove compariva anche una lettera firmata da Pavolini. Non immaginava, tuttavia, che Vailati ne fosse al corrente. Non era poi certo di potercela fare con un uomo così determinato e abituato alle situazioni peggiori.
- Sentite, tenente, per la verità non siete voi ad interessarmi direttamente. Ho fatto ricerche ed ho capito che quel vostro esame dei registri doveva riguardare altre persone. Forse la famiglia Vallissèra.
- Perché avrei dovuto interessarmi di loro?
- Ho solo qualche idea. Da informatori pistoiesi ho saputo di un piccolo ricevimento in vostro onore fatto da Caterina Vallissèra nella scuola del paese, pochi giorni prima del Natale 1942. Penso che nella chiesa di Ognissanti voi cercaste qualcuno di questa famiglia, che lo abbiate trovato e che abbiate staccato le registrazioni a suo nome.
- Per quale motivo?
- Perché era ebreo o, meglio, ebrea. Quando si sottraggono tutte le registrazioni relative ai sacramenti significa che si vuole occultare una conversione. Ascoltate. Ormai è noto cosa i tedeschi fanno agli ebrei. Potrei scrivere un rapporto ed affermare che vi sono fondati indizi sulla presenza di un soggetto di razza ebraica nella famiglia. Scriverei dell’occultamento e della vostra complicità. State sicuro che basterebbe questo per mandare voi in galera e i Vallissèra in un lager tedesco. La neonata morirebbe prima o, una volta al campo, verrebbe gettata ai cani.
Dino, che aveva aperto il suo coltello in tasca, stava per tagliare la gola all’uomo. In qualche modo avrebbe fatto per occultare il cadavere, ma restavano i registri. Doveva recuperarli. Trattenne l’ira e il disgusto.
- Sentite, Aldo. Come vedete, io non ho niente per pagare il vostro ri…, i vostro buoni uffici.
- Ecco, buoni uffici è l’espressione giusta. Vorrei evitare di mandare i Vallissèra in un lager. A Firenze, i miei capi sono avidi e ottusi. Cercano ebrei per accaparrarsi le loro fortune. Pensano che tutti siano dei sultani pieni di gemme. Io sono più calmo. Faccio il mio dovere, compilo liste e trovo più che altro artigiani, piccoli commercianti, professori. Non mi interessano. Prendo gli elenchi e li consegno alla Guardia Nazionale per il rastrellamento. Con i Vallissèra vorrei sistemarmi. Alcuni immobili di lusso e chiuderò la pratica.
Dino pensò che l’uomo era un avido metodico. Lavorava da solo e di nascosto, altrimenti non sarebbe venuto in bicicletta. Doveva essere arrivato a Pistoia in treno. Alla stazione aveva noleggiato una bicicletta ed aveva pedalato fino lì.
- Aldo, capite bene che non sono nella condizione di decidere. Se volete, sentirò il commendatore Vallissèra. E’ un uomo prudente, abituato agli affari. Certamente vorrà i registri. Credo che in cambio potrà darvi molto.
- I registri?
- Non li avete sequestrati?
- Sono nel mio ufficio, a Firenze.
- La prossima volta, portateli con voi. Domani il commendatore verrà qui per la contabilità dei poderi. Io vi preparerò il terreno. Tornate con i registri.
L’uomo sembrò dubbioso. Valutò un eventuale pericolo. Il maestro aveva la sua stessa corporatura, una spalla ancora dolente e un addome sconquassato da un proiettile greco. Aldo pensò che poteva tenergli testa, soprattutto se avesse portato con sé la Luger che il capitano Gant gli aveva regalato.
- Va bene. Domani, a quest’ora, sarò di nuovo qui.
Dino passò nello studio di don Alfredo e si prese la testa fra le mani. Era disperato. La lucidità che aveva mantenuto per tutto il tempo passato con quella losca persona si perdeva in una sorta di sgomento. Cosa avrebbe fatto? Nel condurre il dialogo aveva in mente un qualche piano. Ma erano pensieri vaghi, incompleti, forse velleitari. Doveva rimetterli in ordine e farli funzionare. Ancora una volta, era in gioco la vita di Caterina e della loro bambina.

